I passi di Turchia e Armenia verso la riconciliazione

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(Photo: Anadolu Agency via Getty Images)
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L’Armenia revoca l’embargo sulle merci turche imposto a partire dal 1° gennaio 2022 a causa del sostegno della Turchia all’Azerbaigian nella guerra armeno-azera ufficialmente terminata il 9 novembre 2020 e intanto i voli charter tra i due paesiriprenderanno presto.

Già all’inizio di quest’anno, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan avevadetto che Yerevan era pronta a tenere colloqui con Ankara per ripristinare le relazioni tra i due paesi che erano rimaste tese per anni a causa del genocidio del 1915. Le relazioni si erano ulteriormente deteriorate nel settembre 2020 a causa del sostegno militare della Turchia all’Azerbaigian nella guerra in Nagorno-Karabakh. All’inizio deldicembre 2021, Turchia e Armenia hanno nominato un loro capo negoziatore per avviare il processo di normalizzazione delle loro relazioni.

I passi comuni verso una riconciliazione dei due vicini regionali alimentano speranze e aspettative per l’iniziodi un periodo di “nuova normalizzazione”.

Dopo le elezioni tenutesi in Armenia nel giugno 2021 si sono registrati alcuni importanti fatti.

Il primo ministro Nikol Pashinyan dopo la sua conferma al governo del paese si è subito dichiarato pronto ad aprire un dialogo con Ankara senza precondizioni e il 13 dicembre scorso,il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, nel suo discorso parlamentare ha annunciato che Turchia e Armenia hanno concordato di nominare i rispettivi rappresentanti specialiper aprire la fase di normalizzazione delle loro relazioni. Le parole di Çavuşoğlu hanno avuto una eco positiva oltre che in Armenia anche a Washington e a Bruxelles.

Pochi giorni dopo il vicepresidente del Parlamento armeno Ruben Rubinyan e l’ambasciatore turcoSerdar Kılıç, sono stati nominati rappresentanti speciali.

È un compito molto difficile il loro perché vi sono importanti questioni politiche e psicologicheche minano il processo. Ripercorrendo brevemente la recente storia delle loro relazioni bilaterali comprenderemo i nodi cruciali che dal 1915 sono alla base delle divisioni di queste due comunità che nei secoli passati hanno convissuto pacificamente tanto che nel lontano 1453, anno della Conquista di Costantinopoli, il sultano Fatih Mehmet consentì la fondazione del patriarcato armeno nella capitale dell’Impero ottomano.

Il 16 dicembre 1991, l’Armenia diventò indipendente e fu subito riconosciuta dalla Turchia la quale fornì ad essa consistenti aiuti umanitari. Sembrava quello un buon inizio di riconciliazione tanto che nel settembre 1992 fu firmato un protocollo energetico-commerciali tra Ankara e Yerevan e sebbene l’Armenia non fosse bagnatadalmare, fu invitata dalla Turchia come membro fondatore dell’Organizzazione per la cooperazione economica del Mar Nero, il cui accordo fu stipulato il 25 giugno 1992.

Anche la politica di normalizzazione avviata dal primo presidente armeno, Levon Ter-Petrosyan, registrò un successo in questo primo riavvicinamento. Petrosyan si era reso conto che per lArmenia, che aveva appena riacquistato l’indipendenza da Mosca e che non aveva alcun accesso al mare, lo sviluppo economico richiedeva il riavvicinamento all’Occidente e chequesto passava per la Turchia. Per questo motivo Petrosyan vietò le attività della Federazione Rivoluzionaria Armena, un antico partito nazionalista di sinistra noto come Dashnak, e mise in secondo piano le accuse ad Ankara di genocidio riguardo ai massacri della popolazione armena avvenuti nel 1915, in risposta alle buone intenzioni della Turchia di far luce su di essi.

Ma questo primo processo di riconciliazione si interruppe a causa dell’occupazione da parte dell’Armenia della regione del Karabakh contesa con l’Azerbaigian. La Turchia nell’aprile 1993, dopo l’invasione da parte dell’Armenia del Nagorno-Karabakh, territorio a maggioranza azera, sigillò i confini terrestri con Yerevan e chiuse il suo spazio aereo, bloccando anche gli aiuti umanitari. Petrosyan si dimise e subentrò alla presidenza Robert Kocharyan, l’allora primo ministro nativo di Stepanakert, capitale non riconosciuta della Repubblica di Artsakh, che è il nome dato al Nagorno-Karabakh dall’Armenia. Kocharyan, che governò l’Armenia fino al 2008, si contraddistinse per la sua retorica nazionalistae il suo atteggiamento intransigente nei confronti della questione del Karabakh e ruppe con la posizione conciliante di Petrosyan nei confronti della Turchia passando dall’assunto: “Mettiamo da parte il passato e facciamo la pace” a quello che diceva: Facciamo la pace, ma non dimentichiamo il passato”.

Nelle presidenziali del febbraio 2008, salì al potere Serž Sargsyan con il sostegno di Kocharyan, il quale si rese conto che continuare le politiche del governo precedente avrebbe aggravato i problemi in cui si trovava l’Armenia. Sargsyan ha dovuto infatti affrontare gravi problemi, come la disoccupazione, la corruzione e soprattutto la migrazione dei giovani, che attendevano soluzioni urgenti. Gran parte della soluzione ai problemi economici interni era legata alla politica estera dell’Armenia. L’Armenia, che ha seguito un atteggiamento di contrapposizione intransigente nei confronti sia dell’Azerbaigian che della Turchia, sin dalla sua indipendenza, si eracosì condannata all’isolamento su scala regionale, pagando un alto prezzo di questa sua politica riducendosi a dipendere fortemente dalla Russia restando esclusa da tutti i progetti energetico-commerciali della regione. Sargsyan decise dunque di riaprire il paese all’Occidente attraverso la Turchia,ma la guerra Russia-Georgia, iniziata l′8 agosto 2008, ha cambiato gli equilibri nel Caucaso e ha messo alle strette Yerevan politicamente e economicamente dal momento che anche la sua porta georgiana fu chiusa.

Un altro evento negativo per Yerevan è stato il cambiamento nelle relazioni tra la Federazione Russa e la Turchia, soprattutto a partire dal 2010. L’Armenia, che fino a quel momento si fidava di Mosca e che affidava persino i suoi confini ai soldati russi, divenne più isolata poiché la Russia dava priorità alle sue relazioni con la Turchia. Dunque per l’Armenia esisteva una sola possibilità di aprirsi al mondo esterno ed era farlo attraverso la Turchia, sviluppando la sua economia e riducendo in questo modo il più possibile la sua dipendenza da Mosca. In risposta a questo secondo tentativo di riavvicinamento, Ankara mostrò apertura.

Fu così che ladiplomazia calcisticacaratterizzò il nuovo tentativo di riconciliazione il 6 settembre 2008, quando l’undicesimo presidente turco Abdullah Gül si recò a Yerevan su invito del presidente Sargsyan per assistere alla partita di calcio Turchia-Armenia valida per il girone di qualificazione ai mondiali del 2010. Fu la prima volta che un presidente turco si recava in Armenia dopo la rottura delle relazioni diplomatiche nel 1993.

Il processo di normalizzazione si accelerò dopo il discorso del presidente degli Stati Uniti Barack Obama al Parlamento turco il 6 aprile 2009, durante la sua visita in Turchia e fu annunciata una road map alla mezzanotte del 22 aprile 2009, alla vigilia del giorno in cui gli armeni celebrano il “Medz Yer-ghern”, il “Grande Male”, il genocidio storicamente avvenuto tra il 1915 e il 1917 durante la prima guerra mondiale. Il processo di normalizzazione delle relazioni Turchia-Armenia ha iniziato a prendere concretamente forma dopo la firma dei protocolli di Zurigo il 10 ottobre 2009, con la mediazione della Svizzera, sotto l’egida degli USA, Russia, UE e Francia. Ma subito sono riemerse le storiche irrisolte contraddizioni. L’Arzerbaigian si è sentita esclusa da questa riconciliazione perché il problema dell’occupazione armena del Nagorno Karabakh non veniva affrontato nei protocolli. Ankara puntava a ristabilire buone relazioni per dare sicurezza e stabilità al Caucaso meridionale per poi procedere ad affrontare le dispute territoriali e a definire i corretti confini tra Armenia e Azerbaigian. Gül fece una rapida visita di un giorno a Baku dopo quella a Yerevan per informareil presidente Aliyev dei colloqui con l’Armenia, ma ciò non fu sufficiente a convincere Baku. Il presidente dell’Azerbaigian rilasciò una dichiarazione minacciosa: “Utilizzeremo il nostro diritto di adattare la nostra politica alle nuove realtà nella regione”. Baku temeva che se il confine tra Turchia e Armenia fosse stato aperto, Yerevan avrebbe mostrato una posizione ancora più intransigente nel conflitto in Karabakh.

Fu allora che la Turchia cambiò la sua posizione, anche sotto la spinta dei movimenti nazionalisti all’interno del paese, e pose la condizione che se il conflitto nel Nagorno-Karabakh non si fosse risolto con la restituzione dei territori occupati all’Azerbaigian il processo di riconciliazione non avrebbe potuto proseguire. Dall’altro canto la Corte costituzionale armena sotto la spinta dei nazionalisti in patria, nella sentenza del 12 gennaio 2010, ripropose la tesi del genocidio” e fu così che anche il secondo processo di riconciliazione fallì.

Fu quella una grande occasione perduta. In quegli anni il giornalista e intellettuale armeno di Turchia, Hrant Dink alle 14:54 del 19 gennaio 2007 fu freddato da tre colpi di pistola esplosi da distanza ravvicinata da un giovane ultranazionalista davanti alla sede del suo quotidiano Agos in via Halâskârgazi nel distretto di Şişli a Istanbul. Il suo sacrificio determinò la rottura del tabù che avvolgeva l’annosa questione armena. Da quel giorno di quindici anni fa l’opinione pubblica turca sembrò destarsi dal suo torpore. Scese in piazza urlando lo slogan: “Siamo tutti armeni”. Una manifestazione questa che spinse la società turca e la nuova generazione del paese ad interrogarsi sui diritti delle minoranze e a dibattere su questo pubblicamente. Cosa impensabile fino a pochi anni prima.

Già all’avvio del negoziato di adesione all’Unione europea, nel 2005, a partire dal settembre di quell’anno, le cose incominciarono a cambiare, con la prima conferenza organizzata dall’Università del Bosforo e poi con quella della Bilgi University di Istanbul sulla questione armena negli ultimi anni dell’Impero ottomano. Oggi, della questione armena, della disquisizione se vi sia stato un genocidio o un massacro, si parla un po’ più apertamente: sono stati pubblicati libri e prodotti film su quella immane tragedia e ora le vittime del 1915 vengono commemorate ogni anno il 24 aprile ad Istanbul e in tante altre città della Turchia. Oltre ai passi compiuti a livello statale, anche le organizzazioni non governative svolsero un ruolo importante nella ricerca della normalizzazione. In questo contesto su come superare la strozzatura nel processo di avvicinamento tra Turchia e Armenia si tenne un incontro a Istanbul nel luglio 2010 nell’ambito del progetto “Secondo e terzo giorno della convergenza Armenia-Turchia” del Global Political Trends Center (GPoT) e dell’Eurasia Partnership Fund. Nello stesso anno, le ONG turche e armene avviarono molti progetti sotto il nome di “Ani Diyaloğu (Il dialogo di Ani). Un altro passo importante verso il miglioramento delle relazioni bilaterali nel 2010 è stata la ristrutturazione della chiesa di Akdamar, che fu aperta al culto cristiano. Inoltre, la chiesa armena Surp Giragos a Diyarbakır, la più grande chiesa della comunità armena in Medio Oriente, che nel 1913 divenne quartier generale dell’esercito tedesco alleato dell’Impero ottomano e poi trasformata dai turchi in magazzino di stato per tele e tessuti, è stata aperta al culto nel 2012, 32 anni dopo i lavori di restauro. Questi passi intrapresi sia dalle ONG che dai governi, hanno rappresentato un elementoimportante che ha tenuto vivo il dialogo negli sforzi di normalizzazione mai cessati, anche se il protocollo del 2009 non fu mai ratificato.

Ora c’è più di un fattore che ci fa meglio sperare che questo terzo e ultimo processo di normalizzazione possa avere un esito diverso da quello del 2009: la “guerra dei 44 giorni” dell’autunno del 2020 ha cambiato il gioco e gli equilibri nella regione. Dopo la vittoria militare dell’Azerbaigian, terminatacon la riconquista dei territori del Nagorno-Karabakh occupati dall’Armenia sono in corso i negoziati sotto l’egida della Russia. In questa nuova fase appena iniziata dei rapporti Turchia-Armenia, sono emersi forti segnali di normalizzazione. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha sostenuto il processo con dichiarazioni positive dopo l’incontro tripartito con Aliyev e Pashinyan tenutosi il 14 dicembre 2021 a Bruxelles. Questo sviluppo ha acquisito nuove dimensioni con le decisioni prese al vertice del G7 nel giugno 2021 e con la strategia Global Gateway annunciata dall’UE il 1° dicembre dello stesso anno.

L’Occidente ha chiarito il suo ruolo nel processo adattando i suoi meccanismi di partenariato alle nuove condizioni del quadro attuale emergente nel Caucaso meridionale. Dopo la guerra del Nagorno-Karabakh, la Russia ha consolidato la sua presenza militare in tre paesi del Caucaso meridionale dispiegando forze di pace nel corridoio di Lachin e vicino a Khankendi. Va tenuto presente che Mosca cercherà in tutti i modi di consolidare questa sua presenza per proteggere i suoi interessi strategici nella regione e oltre. D’altra parte, seguendo questa strada, non ci si deve meravigliare che la Turchia agisca ignorando i suoi legami con l’Azerbaigian e il mondo turco in generale. C’è da prevedere che la Russia farà scelte che manterranno Iran e Armenia dalla sua parte nei progetti di sviluppo regionale al fine di controbilanciare gli interessi della Turchia nell’area per arginarli. Molto probabilmente Mosca si concentrerà sull’asse Nord-Sud (Russia-Armenia-Iran) nei progetti di cooperazione. Questasse è in linea con gli interessi dell’Iran e dell’Armenia che sarebbero garantiti dall’influenza russa.

Il fatto che gli equilibri regionali siano cambiati ha fatto emergere opportunità anche per la Cina che non è estranea alla regione col suo progetto dellaBelt and Road Initiative, che si sovrappone agli interessi strategici della Russia nel Caucaso meridionale attraverso l’Asia centrale e l’Iran, dove ha investito molto. La Cina per il momento segue gli sviluppi nella regione senza calpestare i calli della Russia, ma non è chiaro se manterrà questa posizione nel medio-lungo termine.

Il calcolo del presidente armeno Nikol Pashinyan, nel frattempo, sembra poggiare sull’apertura delle frontiere nel tentativo di rafforzare l’economia del suo paese e alla fine diminuire la dipendenza della nazione dalla Russia. Tuttavia, rimane senza risposta fino a che punto Yerevan possa prendere le distanze da Mosca, poiché dipende ancora non solo economicamente, ma anche militarmente dalle forze russe sul campo per mantenere la sicurezza dei suoi confini e mantenere aperto il corridoio di Lachin che collega le regioni del Nagorno-Karabakh all’Armenia. Ma intanto la disputa dei confini tra Armenia e Azerbaigian non è stata risolta e crescono appetiti e interessi anchenella strategica provincia di Syunik nota anche come Zangezur, che confina con l’Iran e si trova tra l’Azerbaigian e l’enclave autonoma azera di Nakhchivan. La provincia armena di Syunik è al centro di nuove tensioni tra Armenia e Azerbaijan: la sua posizione strategica stimola appetiti e rivendicazioni contrastanti, creando nuove tensioni tra Yerevan e Baku dopo il conflitto armato in Nagorno Karabakh. Il cessate il fuoco” concordato il 9 novembre scorso è minacciato da questioni irrisolte e le scaramucce che ancora si registrano e che causano feriti e morti sono ormai più frequenti lungo il confine armeno-azero che nell’area contesa del Nagorno-Karabakh. Tanto che la delimitazione del confine è divenuta una crisi a sé stante, e all’interno di questo quadro Syunik ha una posizione particolare. Essa si insinua infatti fra la exclave azera del Nakhchivan, separata dall’Azerbaigian da una striscia di territorio armeno,un corridoio destinato ad essere anch’esso controllato dalla polizia militare russa. La regione autonoma del Nakhchivan, al confine con la Turchia, fu assegnata da Stalin all’Azerbaigian anche per tranquillizzare Ankara che stava combattendo contro l’occupazione delle potenze occidentali. Per l’Azerbaijan Syunik è lo Zangezur occidentale. Così lo ha definito anche recentemente in un discorso ufficiale il presidente İlham Aliev, indicandolo come storica terra dell’Azerbaijan, dove gli azeri dovranno tornare a vivere. Gli armeni, ovviamente, vedono queste rivendicazioni storiche come fumo negli occhi e temono che i presidi militari che gli azeri hanno creato in aree di confine non siano altro che il preludio di una nuova aggressione. Dopoil recente conflitto - con tutte le ferite che questo ha comportato - rimangono aperte le questioni dei prigionieri di guerra, dei campi minati e dei confini da definire.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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