L'introvabile "paziente zero", in Cina come in Italia. Anche in passato è spesso rimasto un enigma

La ricerca del Paziente Zero (Photo: getty/wikipedia)

La storia dell’epidemiologia è piena di infruttuose ricerche del “paziente zero”. Ricordarlo può servire a far riflettere sulla complessità dei meccanismi biologici di cui oggi – in pieno delirio social virale – tutti sembrano esperti. Il fatto che in Italia non sia ancora stato identificato il “paziente zero” che ha portato il nuovo coronavirus nel nostro Paese è un problema perché rende difficile fare previsioni sulla diffusione dell’epidemia, ma non è così assurdo se si mettono insieme tre elementi: gli interscambi con la Cina, la somiglianza ai sintomi influenzali e l’estrema complessità dei meccanismi che muovono la vita, virus inclusi.

Nel caso del nuovo coronavirus, non c’è accordo tra le autorità e gli esperti cinesi sull’origine del focolaio: il paziente zero, ad oggi, resta un mistero. Inizialmente le autorità cinesi hanno riferito che il primo caso di coronavirus si è verificato il 31 dicembre ed è stato collegato a un mercato ittico e animale a Wuhan, nella provincia di Hubei. Tuttavia, uno studio condotto da ricercatori cinesi e pubblicato sulla prestigiosa rivista medica Lancet, ha anticipato la prima diagnosi di Covid-19 al primo dicembre 2019, su una persona che non aveva avuto “alcun contatto” con il mercato di Wuhan. Wu Wenjuan, medico dell’ospedale Jinyintan di Wuhan e uno degli autori dello studio, ha riferito al Servizio Cinese della BBC che il paziente era un uomo anziano che soffriva di Alzheimer: “viveva a quattro o cinque [fermate di] autobus dal mercato di Wuhan, ed essendo malato non usciva praticamente mai”, ha detto Wu Wenjuan, aggiungendo che almeno altre tre persone avevano sviluppato sintomi nei giorni successivi, due dei quali senza alcuna esposizione al mercato incriminato.

 

(Photo: NICOLAS ASFOURI via Getty Images)

 

Tuttavia, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il setting più probabile rimane il mercato di Wuhan, dove il virus sarebbe passato da un animale vivente a un ospite umano, l’introvabile paziente zero che avrebbe dato il via alla diffusione da uomo a uomo. Un’epidemia di massa innescata da un singolo individuo: una congiuntura di eventi compressi in un istante, il peso della storia sulle spalle di una persona sola.

A questa persona e alla sua identità - talvolta divenuta uno stigma, talaltra rimasta un enigma – BBC Future ha dedicato un interessante speciale che ripercorre la storia di alcuni dei pazienti zero e super untori più famosi del mondo. A partire dall’epidemia di ebola divampata in Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, la più grande da quando il virus è stato scoperto per la prima volta nel 1976: oltre 11.300 morti, più di 28.600 casi confermati. In quel caso, i ricercatori hanno concluso che il nuovo ceppo di ebola è arrivato agli esseri umani da una singola persona: un bambino di 2 anni nel villaggio di Meliandou, nella Guinea sud-orientale, che potrebbe essersi infettato giocando in un albero cavo che ospitava una colonia di pipistrelli.

 

(Photo: The Washington Post via Getty Images)

 

Si passa poi a Mary Mallon, forse la “paziente zero” più famosa in assoluto. Il perché è contenuto nel suo soprannome: “Mary Tifoide”, conquistato per aver causato un focolaio di febbre tifoide a New York nel 1906. Di origini irlandesi, Mallon emigrò negli Stati Uniti, dove iniziò a lavorare come cuoca per famiglie benestanti a New York. Una dopo l’altra, le famiglie che si deliziavano con i suoi piatti iniziarono a combattere con la febbre tifoide, una malattia che a quel tempo aveva un tasso di mortalità del 10%. Studiando i vari casi, i medici la individuarono come “portatrice in buona salute” o “super untrice”, una persona infettata da una malattia ma che mostra pochi o nessun sintomo, e che per questo spesso continua a infettare molte altre persone.

 

Una illustrazione su Mary Mallon (Photo: wikipedia)

 

Il termine “paziente zero” non nasce però con “Mary Tifoide”, ma con l’epidemia di AIDS e lo stigma sociale che fin da subito accompagnò la scoperta della malattia. Il primo a essere chiamato così, infatti, fu Gaetan Dugas, assistente di volo omosessuale canadese accusato di aver diffuso l’HIV negli Stati Uniti negli anni ’80. La sua storia suggerisce il perché molti esperti di salute siano contrari all’identificazione del primo caso documentato di focolaio, per paura che possa portare a disinformazione sulla malattia o addirittura alla vittimizzazione della persona. In questo senso, la vicenda di Gaetan è paradigmatica. Dopo essere stato uno dei pazienti più demonizzati della storia, tre decenni dopo è stato “assolto” dagli scienziati: nel 2016 uno studio ha dimostrato che il virus si era trasferito dai Caraibi in America all’inizio degli anni ’70.

 

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Gaetan Dugas (Photo: wikipedia)

 

Senza contare che quel termine - “patient zero” - uscì fuori per errore. I ricercatori dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) stavano studiando la diffusione della malattia a Los Angeles e San Francisco nei primi anni ’80, e usarono la lettera “O” per indicare un caso riscontrato “outside”, “fuori dallo Stato della California”. Altri ricercatori – ricostruisce la BBC – erroneamente interpretarono la lettera “O” come uno zero: è così che è nato il concetto di “paziente zero”, chimera linguistica e scientifica difficile da afferrare.

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