Pd, Renzi: "Da oggi in modalità 'campagna elettorale' contro populisti"

dalla nostra inviata Valentina Innocente
Matteo Renzi partecipa alla quinta giornata della Scuola di partito Pier Paolo Pasolini

Da oggi si entra in modalità 'campagna elettorale'. Basta litigi interni, basta polemiche e provocazioni: con Luigi di Maio candidato premier del Movimento 5 Stelle ora anche Matteo Renzi può dare ufficialmente il 'via' alla corsa verso Palazzo Chigi. Perché, ormai, la sfida è solo una: "o vincono i populisti o vinciamo noi".

A meno di 100 chilometri di distanza dalla kermesse Cinquestelle di Rimini, il segretario del Pd rilancia dalla festa nazionale dell'Unità di Imola facendo appello alla sua 'squadra'. Non più il personalismo, non più l'uomo solo al comando, l'ex premier ricorre alla narrazione che da qualche mese gli è più cara: il 'noi' ha sostituito l'io del primo Renzi, quello dei mille giorni, e la svolta è evidente già dalla scelta di far salire sul palco i ministri Pd, i millennials e i volontari.

"Siamo la più grande comunità d'Europa", ribadisce ammiccando ai renziani di lungo corso, come la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, e al presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, e al più critico Dario Franceschini fino all'applaudito Marco Minniti e all'ospite di casa, Giuliano Poletti. E allora, esorta Renzi, "in cammino, abbiamo un'elezione da vincere".

Perché il punto è che "l'Italia si può cambiare. E se non la cambiamo noi, non la cambia nessuno". Di certo non l'ha cambiata quella "presunta sinistra che ci ha educato alla bandiera e alla ditta e che le ha lasciate per un risentimento personale". Il riferimento è ai D'Alema e Bersani e a tutti i fuoriusciti dal Pd, che oggi sembrano volersi smarcare anche dal voto sul Def: "Un voto che serve agli italiani per evitare le clausole di salvaguardia, sarebbe assurdo che qualcuno giocasse contro l'Italia". Un ricatto che rischia di far cadere il governo come allora fece Bertinotti "portando al potere la destra". "Noi seguiamo Obama (con cui ci incontreremo a Chicago il 31 ottobre e 1° novembre) - ricorda Renzi - non la sinistra di Bertinotti che ha rotto il patto di governo".

I temi sul palco di Imola sono quelli di sempre: lavoro, 'mamme' e tasse. "Abbiamo portato il Paese fuori dalla crisi. Ma da qui a sei mesi abbiamo una partita difficile", avverte il segretario facendo autocritica: "Io troppo spesso l'ho fatta facile. Vi ho nascosto un po' di sudore, un po' di fatica. E forse, con il senno del giorno dopo, ho sbagliato". Ma la posta in gioco ora è il futuro del Paese: quindi, innanzitutto, nei prossimi mesi "avremo bisogno di sostenere con forza l'impegno del governo guidato da Paolo Gentiloni". E poi, "se di nuovo toccherà" al Pd governare "non perderemo neanche un minuto: ci metteremo in condizioni di aprire un nuovo patto fiscale con gli italiani per la riduzione delle tasse per creare posti di lavoro".

Per le proposte pratiche rinvia alla conferenza programmatica di fine ottobre mentre lancia, dalla prossima settimana, il tour in treno: 'il treno dell'ascolto' in tutte le province. Nessun accenno all'attualità, alla legge elettorale nuovamente in bilico o alla discesa in campo di Di Maio (ironizza solo sui "tecnici della democrazia diretta che hanno organizzato una consultazione" per designare Di Maio candidato premier, "che alcuni hanno definito una farsa. Ma la farsa nell'antica Grecia era una cosa seria"). Basta barzellettieri e comici, è il monito finale di Renzi. Ora è "il tempo della competenza". Ora il "Pd deve essere all'altezza della responsabilità di essere argine al populismo".

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