Penati: "Ricorro contro sentenza assurda, soffro e combatto il cancro"

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di Antonietta FerranteUna vita spesa per la politica, poi la lunga inchiesta legata alla vicenda Milano-Serravalle e la lotta contro il tumore che ha "tra le cause scatenanti sicuramente le conseguenze della mia lunga vicenda giudiziaria". Filippo Penati, pensionato senza lussi, racconta il suo pubblico e il privato, e non nasconde delusioni e sbagli. È pronto a ricorrere contro l'"assurda" sentenza d'appello della Corte dei Conti che lo condanna a risarcire 19,8 milioni di euro, a non darla vinta al cancro che lo costringe a cure dolorose e spera nel ritorno di una politica morale.  

D. Lei è protagonista di una vicenda giudiziaria che dura da 14 anni. Ha ancora fede nella giustizia o non ha più fiducia nella magistratura? 

R. I tempi della giustizia sono ancora uno dei più gravi problemi italiani. I tempi che si allungano enormemente sono un male per gli imputati e per la società. Gli imputati, in particolare, faticano far valere la propria innocenza e, quando ci riescono come nel mio caso con due assoluzioni al tribunale di Monza e, poi, a quello di Appello di Milano, i cittadini non seguono più il caso e rimangono indelebili le stigmate negative del processo mediatico, quello sommario avvenuto a tambur battente su tv, giornali e oggi anche sui social. In ogni caso ho sempre fiducia nella giustizia, ma mi passi la vecchia battuta di Giulio Andreotti che bisogna avere vita lunga per affrontare un processo in Italia. 

D. Dopo la recente decisione della Corte dei Conti lei ha spiazzato tutti svelando di avere un cancro. Una battaglia che sta combattendo con ogni forza e che attribuisce anche alla sua vicenda processuale. Cosa le dà la forza per andare avanti?  

R. L’amore per la vita, l’affetto dei miei cari, a partire dai miei figli, la responsabilità che sento verso tutti loro mi dà una grande energia e una voglia fortissima di combattere. Nonostante una diagnosi dura ho fiducia nei medici che mi curano, e colgo l’occasione per ringraziarli, e nella ricerca medica che ha fatto e fa passi da gigante consentendo a tantissimi malati come me di avere fondate speranze per il futuro. Una volta parlare di cancro era un tabù. Era una parola impronunciabile. Oggi il giudizio pubblico è cambiato, è stato bandito l’atteggiamento banalmente compassionevole. Sapere della malattia, condividere con chi ti vuole bene la sofferenza aiuta enormemente il malato. Certo sentenze ingiuste ed irragionevoli sono colpi durissimi da parare.  

D. Non teme di non avere tempo a sufficienza per vedere riconosciuta la propria innocenza?  

R. Io sono sempre il Filippo di un tempo. Forte e combattivo. Soprattutto perché sono certo di aver sempre operato a vantaggio delle comunità che ho amministrato: dal comune di Sesto San Giovanni, alla Provincia di Milano, alla Regione Lombardia. Sono convinto che le cure, che mi danno tanta sofferenza, avranno ragione delle lungaggini della giustizia e mi consentiranno di vedere riconosciuta la mia piena innocenza anche sul piano della giustizia contabile, perché ricordo che la giustizia penale mi ha già riconosciuto innocente. 

D. I suoi avvocati hanno completato il ricorso contro la decisione che la vede condannato a risarcire quasi 20 milioni di euro per il caso Serravalle? 

R. Condannare una persona normale, io sono un insegnante in pensione, a risarcire 20 milioni di euro è un assurdo, credo mai visto nella storia della magistratura contabile. Quale cittadino si avventurerà a candidarsi a guidare una comunità con una spada di Damocle del genere sulla testa. Sentenze così intimidiscono chi si occupa di pubbliche amministrazioni, che al contrario dovrebbe essere una vocazione incentivata, perché è la quintessenza della nostra Costituzione democratica. Certo i miei avvocati stanno leggendo attentamente le sentenze e a breve faranno i passi che riterranno i più validi, in Italia ed in Europa, per rovesciare una sentenza irragionevole ed erronea. 

D. Una vita spesa per la politica, poi i sospetti e l’uscita di scena. Quanto è cambiata la sua vita e chi le rimasto accanto?  

R. Sono felice di aver dedicato tanta parte della mia vita alla politica. Termine che oggi ha spesso un valore dispregiativo, ma per me e per la mia generazione aveva un alto valore civile e morale. Significava occuparsi degli altri a partire dai più deboli. A Sesto ho imparato il senso della politica come esercizio democratico a casa,dai miei genitori e dal ricordo del sacrificio di mio nonno Filippo, deportato dai nazifascisti e ucciso in campo di concentramento in Germania. In particolare a Sesto la politica mi ha dato tanto. Fare il sindaco ha significato stare sempre insieme alla gente comune e cercare di risolvere i problemi di vita e di lavoro di tanti cittadini. Due momenti significativi sono stati la chiusura della Falck e la battaglia senza quartiere al terrorismo che aveva insanguinato Sesto come tutta l’Italia. Ecco per me la politica non è mai stata occupare una poltrona come si dice oggi, ma usare il “potere”, che io chiamo responsabilità per creare le migliori condizioni di vita per il maggior numero di persone.  

D. Cosa pensa di questi nuovi protagonisti della politica italiana? Lei non ha più la tessera del Pd, ma è ancora un uomo di sinistra? Tra i nuovi volti del ‘cambiamento’ c’è qualcuno in cui si rivede? Riconosce un ‘delfino’? 

R. Oggi faccio fatica a riconoscermi nella politica attuale, che trovo debole quando non priva di senso morale. Anche il mio ex partito, il Pd, non sfugge a questo declino generale. Non riesce ad interpretare il riformismo che è sempre stata la chiave di volta di una sinistra di governo. Che poi è anche un tratto della mia autobiografia. Ma non sono lontano dal dibattito politico, anche se oggi ho meno tempo di seguire le vicende talvolta rocambolesche della politica nazionale. Spero sempre non tanto in un improbabile “delfino”, ma in un rinnovato impegno di giovani per cambiare le cose. Ce ne sono, ma oggi sono stretti da logiche correntizie. Dovrebbero rivoltare il tavolo e far saltare tutti i conservatorismi che ancora frenano la sinistra italiana. E’ questo l’unico modo per non far soccombere il socialismo europeo e renderlo competitivo nel mondo fluido e pericoloso del populismo e del sovranismo in cui siamo immersi. 

D. Come vive oggi Penati? Vive nel lusso come la gente è abituata a credere? 

R. Vivo in un appartamento in affitto alla periferia di Sesto San Giovanni. Ho reddito che proviene in gran parte dalla mia pensione di insegnante. Una casa decorosa ma senza nessun lusso. Gli articoli di colore dei giornali mi attribuivano, ai tempi dell’inchiesta Sistema Sesto, di tutto e di più. Patrimoni sconfinati, conti all’estero. Notizie che servivano a metter pepe negli articoli e a far vendere i giornali. Ma come ognuno può constatare non sono un nababbo. Ho di che vivere e non mi lamento. 

D. Qual è il suo più grande rimpianto e il suo più grande errore politico?  

R. Non ho rimpianti, ma sento ancora tanta amarezza per come il mio partito, il Pd, mi ha trattato all’esplosione dell’inchiesta sul cosiddetto Sistema Sesto. Sulla base di un semplice avviso di garanzia, senza sentire il dovere di ascoltarmi, in violazioni dello statuto e delle più elementari norme costituzionali sulla presunzione di innocenza, sono stato espulso da un giorno all’altro dal partito a cui avevo dedicato tanta parte della mia vita, accrescendo così la gogna mediatica verso di me. Ancora più grande è stato il mio dolore quando i Democratici di Sinistra decisero di costituirsi parte civile contro di me nel processo. Processo da cui poi sarei stato assolto. Sono fatti gravi che non si possono dimenticare. Sono certo che non verrò ricordato per queste vicende. In tanti anni di attività politica a livello locale e nazionale ho fatto certo tanti errori, e chi non ne compie.  

D. Qual è la cosa invece per la quale vuole essere ricordato? 

R. La cosa a cui tengo di più è la mia esperienza come sindaco di Sesto San Giovanni. Sono stati anni esaltanti ricchi di soddisfazioni perché i cittadini nel riconfermarmi a pieni voti al secondo mandato hanno compreso il mio impegno per i deboli e condiviso il mio lavoro per la riconversione industriale della città delle fabbriche. L’opera non è ancora conclusa, ma di certo con la mia amministrazione abbiamo avviato il percorso sul binario giusto, quello di tutelare il lavoro di tanti operai e di aprire una stagione di innovazione per il sistema produttivo sestese. Di questo sarò sempre orgoglioso.