Pensare la Biennale Danza: uno spazio di sentimenti e tolleranza

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Image from askanews web site
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  • Venezia, 1 ago. (askanews) - Era importante, questa Biennale Danza 2021, perché in fondo aveva il compito di restituirci i corpi, dopo il tempo del distanziamento, delle assenze e della perdita. Era importante perché, dopo un'edizione 2020 autunnale e a suo modo eroica, ma ancora figlia dell'emergenza, era il momento di ricomporre l'infranto nella sua pienezza, anche in relazione alla città di Venezia e al suo essere tornata al turismo estivo. Era importante per il debutto di un direttore nuovo, Wayne McGregor, che ha immaginato un "revival spettacolare" delle connessioni tra i corpi e tra il palco e il pubblico.

Le promesse sono state mantenute; il festival si è inserito alla perfezione dentro il meccanismo narrativo della Biennale di Architettura di Hashim Sarkis, grande fautore, fin dalla mostra "Le muse inquiete", della relazione stretta tra le varie discipline che alla Biennale hanno trovato e continuano a trovare spazio. Il resto lo hanno fatto i protagonisti del festival, a partire dal Leone d'Oro alla carriera, Germaine Acogny, figura chiave della danza africana, "all'intersezione tra mito e autobiografia", per arrivare all'Odissea rivisitata da Hervé Koubi, "poetica e onirica". Ma forse la lezione della Biennale Danza va oltre gli aspetti specifici delle opere, spesso "radicali", come piace dire a McGregor, e si colloca su un terreno di ulteriore intensità, oltre che di reale rilevanza per l'istituzione veneziana. Ed è il terreno dei sentimenti, forse il più difficile sul, quale muoversi, il più scivoloso e complesso. Eppure guardando, per esempio, uno spettacolo come "Best Regards" di Marco D'Agostin, non si può non pensare al modo rivoluzionario con cui l'artista mette in gioco i suoi e i nostri, di spettatori, sentimenti. Costringendoci a uscire dai luoghi comuni e a confrontarci con quello che la creazione artistica può fare dentro di noi. Partecipare alla Biennale Danza significa esattamente mettersi in gioco in questo modo, significa diventare parte di qualcosa che ha il potere terribile di travolgerci, ma che, al tempo stesso, è un'esperienza eccezionale, che unisce gli opposti e toglie certezze per dare spazio a dubbi, differenze, ripensamenti. In una parola per aprire un nuovo spazio di crescita e tolleranza. Uno spazio prezioso, che difende la complessità e la rende materia della creazione artistica, ma anche tema sul quale gli spettatori sono chiamati a essere attori in prima persona. Nel contesto di un'istituzione capace di creare ogni volta le condizioni perché tutto ciò avvenga e abbia anche un senso più grande, un valore culturale che è anche politico. (Leonardo Merlini)

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