Pensavate che avessero abolito le province? Scajola no

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Uno dei seggi delle elezioni provinciali - Claudio Scajola (Photo: Upi/Agf)
Uno dei seggi delle elezioni provinciali - Claudio Scajola (Photo: Upi/Agf)

Per rivedere le file ai seggi, in tempi in cui le percentuali di astensionismo sono sempre più alte, bisognava aspettare le elezioni provinciali. Che, però, hanno un elettorato diverso, composto solo da sindaci e consiglieri comunali, certamente più interessati a decidere quale collega mandare a gestire l’ente ridimensionato nel 2014 dalla legge Delrio. Anche se la scelta, in alcuni casi, non c’è stata. Perché su 31 province al voto - con 886 posti da consigliere in palio - in sette casi il candidato presidente era uno solo. Che non poteva che vincere, con percentuali bulgare. Comunque sia andata - e per l’alta presenza di candidati civici è inutile qualsiasi valutazione di colore politico da proiettare per competizioni elettorali di maggior peso - le province, un po’ dimenticate da quando i loro rappresentanti non sono più eletti dai cittadini, si prendono la loro rivincita. E all’orizzonte si vede, già plasmata nei suoi elementi fondamentali, una riforma che dovrebbe ridare a questi organi a metà tra regione e comune nuovo vigore. Il governo la sta preparando, e tra non molto arriverà in Consiglio dei ministri.

Scajola vince e smorza gli entusiasmi del centrodestra. A Ravenna vince il presidente Upi De Pascale, a Viterbo una sposa al seggio, a Chieti tutto da rifare

Alle elezioni di ieri, tra i politici che correvano soli per uno scranno non così ambito, ma che a breve potrebbe tornare a contare di più, c’era Claudio Scajola. Ministro per quattro volte e parlamentare per altrettante legislature, di lui si ricordano due vicende giudiziarie. La prima è quella della famosa casa al Colosseo che, sostenne, gli era stata pagata ‘a sua insaputa’. La frase fece scatenare la satira, il processo - qualcuno lo ricorderà come conseguenza del caso Anemone - finì con un’assoluzione in primo grado. In appello arrivò la prescrizione a mettere la parola fine. La seconda vicenda, invece, non è conclusa e riguarda il caso Matacena. Scajola è stato condannato in primo grado con sospensione condizionale, per procurata inosservanza della pena. L’accusa, confermata da un primo giudizio, è che abbia agevolato la fuga verso il Libano di Amedeo Matacena, ex parlamentare condannato per concorso esterno.

Ma in questa storia l’aspetto giudiziario si mette da parte e fa spazio alla politica locale. Scajola è al terzo mandato da sindaco di Imperia e, da ieri, anche presidente della provincia. Eletto dopo che alle urne è andato il 75% degli aventi diritto. A chi plaude alla sua (scontata, essendo l’unico candidato) vittoria come a un successo del centrodestra, l’ex ministro mette subito il freno: “Questo era un voto ponderato: dare valutazioni senza un voto popolare è sbagliato. Qualcuno ha provato, ma sono sciocchezze”, ha detto.

Scajola è il volto più famoso di questa nuova tornata elettorale, ma chi sono gli altri? Uno di questi è Michele de Pascale, alla guida della provincia di Ravenna e presidente dell’Unione delle province italiane: “Per la prima volta dal 2015 abbiamo visto file ai seggi fin dall’apertura. È il segno che queste istituzioni oggi sono considerate strategiche da Sindaci e Consiglieri Comunali: un ente vivo, capace di dare risposte ai territori e un riferimento per i Comuni, grandi e piccoli”, ha dichiarato. “La partecipazione degli elettori, Sindaci e Consiglieri comunali, a questa tornata di voto per le Province è stata da record: abbiamo superato la media dell′80% con molti picchi oltre il 90% e nessuna Provincia sotto il 65%”, ha continuato. A guardare i numeri, l’interesse per gli amministratori locali nei confronti delle province sembra in effetti molto alto: sul podio c’è la provincia di Latina - dove è stato eletto Gerardo Stefanelli, sindaco di Minturno - con un’affluenza del 94,9%. Segue Teramo con il 94,3%. Nella città abruzzese è stato confermato il presidente uscente Diego Di Bonaventura, ma nessuna donna è stata eletta. A Massa Carrara le preferenze hanno toccato quota 94,2%. Anche in questo caso c’è stata una riconferma: bis di Gianni Lorenzetti, sindaco di Montignoso. A Sud svetta per affluenza Brindisi con il 93,8%. Nella città pugliese, però, si votava solo per i consiglieri. A Nord si distingue la provincia di Monza-Brianza con un’affluenza del′87,9%.

Sara Volpi, assessora del Comune di Marta (Viterbo), al voto in vestito da sposa (Photo: Upi)
Sara Volpi, assessora del Comune di Marta (Viterbo), al voto in vestito da sposa (Photo: Upi)

Da nord a Sud, il microcosmo degli amministratori locali ha fatto una vera e propria corsa alle urne. A Viterbo Sara Volpi, assessora del comune di Malta, è andata a votare in vestito da sposa. La presenza del sindaco di Baronissi, Gianfranco Valiante, al seggio per la provincia di Salerno, ha suscitato le ire del parlamentare Edmondo Cirielli, di Fratelli d’Italia, con tanto di annuncio di un’interrogazione alla ministra Lamorgese. Il motivo? Poche ore dopo Valiante è risultato positivo al Covid ed ha precisato che quando si è recato al seggio non aveva ancora effettuato il tampone né sapeva che un suo contatto stretto, la moglie, fosse positiva. Quanto alla Campania, tutto è filato come da previsione, con gli uomini di De Luca e di Mastella che hanno ottenuto la maggioranza delle preferenze. A Chieti, invece, bisogna cominciare da capo, perché una parte delle schede consegnate era sbagliata.

Il governo studia la riforma degli enti locali, più competenze alle province. Scalfarotto ad Huffpost: “Norme non più armoniche, problemi vanno superati”

Le nuove norme per le province entreranno nella riforma del testo unico degli enti locali. L’obiettivo del governo e portarla a compimento prima delle prossime elezioni: “A distanza di 21 anni dal Testo unico è tempo di rivedere la normativa sugli enti locali. Le province, in particolare, dopo la mancata riforma costituzionale e la legge Delrio sono rimaste in una situazione non ben definita, con alcuni problemi di funzionamento. Dopo il 2000, infatti, la normativa di settore si è stratificata, divenendo non più armonica. Questo ha creato problemi di coordinamento che vanno superati”, spiega all’Huffpost Ivan Scalfarotto, sottosegretario all’Interno con delega agli enti locali, che ha in mano il dossier. “L’obiettivo della riforma - continua - che puntiamo a far diventare operativa entro la fine della legislatura, è fare in modo che le province siano in grado di funzionare meglio. Il testo, che arriverà in Consiglio dei ministri, è ancora in fase di discussione perché è importante che sulla materia ci sia un ampio consenso”.

Tra le novità in cantiere c’è il ripristino di una giunta vera e propria - al posto del solo presidente con i consiglieri eventualmente delegati in alcune materie - con gli assessori pienamente operativi e retribuiti. L’altro obiettivo è l’uniformità della durata degli incarichi: ad oggi il presidente della provincia ricopre il ruolo per 4 anni, i consiglieri per due. Lasciando la provincia come organo di secondo livello - senza toccare, cioè, la norma della legge Delrio che prevede che presidente e consiglieri siano eletti dagli amministratori del territorio e non dai cittadini - si vuole fare fare in modo che tutti gli incarichi abbiano la stessa durata. Si punta poi, ma i confini non sono stati ancora definiti, a ampliare le competenze di questo ente. Che sembrava ormai declassato e, invece, risorge. “Nonostante tutte le difficoltà del caso - conclude Scalfarotto - le province sono diventate, soprattutto negli ultimi tempi, la ‘casa dei comuni’, riferimento fondamentale per i centri più piccoli, che hanno maggiori difficoltà a interfacciarsi con gli organi centrali. Ed è anche alla luce di questo che bisognerà valutare se non sia il caso di conferire a questi enti altre competenze e quali”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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