Pensioni, Meloni studia nuovo intervento, ma il sistema è sempre meno sostenibile

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni

di Gavin Jones e Giuseppe Fonte

ROMA (Reuters) - Ritoccare i requisiti di accesso alla pensione a parità di spesa è probabilmente la principale sfida che la presidente del consiglio Giorgia Meloni si trova a dover affrontare nell'immediato.

L'Italia, che già vanta la più alta spesa pensionistica in rapporto al Pil tra i Paesi Ocse, vedrà le uscite del comparto aumentare di circa 58 miliardi (+19,5%) nei tre anni al 2025, principalmente a causa del meccanismo automatico di indicizzazione all'inflazione.

Con una delle popolazioni più longeve al mondo, bassa natalità e una enorme sacca di inattivi, sono sempre meno gli occupati chiamati a farsi carico dei pensionati, moltissimi dei quali hanno lasciato il lavoro quando l'età pensionabile era relativamente bassa e gli assegni calcolati con criteri generosi.

Nel 2020 il reddito medio dei pensionati risultava infatti pari a 18.650 euro, il 90% dei 20.720 dichiarati dai lavoratori dipendenti, in base alle statistiche del Tesoro.

La distribuzione degli importi pensionistici evidenzia inoltre marcate disuguaglianze. I dati Istat mostrano che al quinto più povero della popolazione è destinato il 5% circa del totale, al 20% più ricco otto volte di più (42%).

"Dobbiamo liberare risorse se vogliamo ridurre la pressione fiscale e aumentare gli investimenti in infrastrutture, transizione ecologica e digitalizzazione", dice Lorenzo Codogno, fondatore di LC Macro Advisors ed ex dirigente del Tesoro.

IN BUONA COMPAGNIA

La situazione dell'Italia è certamente critica, ma anche altri grandi Paesi europei si trovano a gestire problemi analoghi.

In Francia, il presidente Emmanuel Macron cerca di aumentare l'età pensionabile da 62 a 65 anni. In Gran Bretagna, le pensioni vengono adeguate ogni anno all'indice più alto tra inflazione, dinamica dei salari e un incremento base del 2,5%.

In un contesto di per sé sfavorevole, Meloni rimetterà mano al sistema previdenziale entro fine anno, in quello che può essere definito il nono intervento di rilievo degli ultimi trent'anni.

A legislazione vigente, senza cioè interventi del governo, da gennaio tornerà in vigore la riforma Fornero, introdotta in origine a fine 2011 all'apice della crisi finanziaria, che comporterebbe un incremento automatico dell'età pensionabile a 67 anni o dopo 42 anni e dieci mesi di contribuzione (un anno in meno per le donne).

Il regime transitorio previsto solo per quest'anno dall'ex premier Mario Draghi consente il ritiro dal lavoro con quota 102 tra somma di anzianità e contributi versati, con un requisito minimo di 64 anni di età.

Non pochi economisti ritengono che il ritorno alla legge Fornero sarebbe l'opzione preferibile per l'Italia. Ma la destra al governo ha tutt'altre idee.

La Lega di Matteo Salvini in particolare si batte contro qualsiasi ipotesi di incremento dell'età pensionabile.

NUOVO REGIME TRANSITORIO NEL 2023

Salvini spinge per garantire la pensione con 'quota 41' di contributi, indipendentemente dall'età anagrafica. Una soluzione "fin troppo generosa" secondo Codogno, che propende invece per una maggiore flessibilità: ritiro anticipato a fronte di tagli all'assegno.

Draghi poteva prendere di petto il dossier, ma ha optato per una soluzione transitoria. È stato inoltre criticato per il salvataggio dell'Inpgi, la cassa privata dei giornalisti che per anni ha garantito pensioni più alte a parità di carriera e retribuzione rispetto ad altri lavoratori. L'Inpgi è confluita nell'Inps al costo di quasi un miliardo in dieci anni per il contribuente.

Ora, con la scadenza di dicembre che incombe, Meloni è orientata a seguire le orme di Draghi con una nuova misura ponte in attesa della più organica riforma da negoziare con i sindacati l'anno prossimo: garantire l'accesso alla pensione con 41 anni di contributi e 61 o 62 anni di età per il solo 2023.

Il punto è che la spesa pensionistica in rapporto al Pil (pari al 16,1% nel 2021) continuerà a salire fino al 2024, il che lascia pochi margini per investimenti aggiuntivi in altri comparti come sanità, istruzione o politiche attive del lavoro.

Inoltre, con il governo che punta a tagliare la dote di quasi 9 miliardi stanziata nel 2023 per il reddito di cittadinanza, il bilancio pubblico italiano sarà sempre più squilibrato verso gli anziani.

All'Italia servirebbe "un cambiamento di cultura, dobbiamo gradualmente liberarci dell'idea che lo Stato debba provvedere alle pensioni di tutti, anche dei più abbienti", dice Roberto Perotti, professore di economia all'Università Bocconi di Milano.

"Non è inevitabile spendere tutti questi soldi in pensioni. Chi può permetterselo dovrebbe far da sé, lasciando che lo Stato si occupi dei poveri", aggiunge Perotti.

(Tradotto da Enrico Sciacovelli, editing Claudia Cristoferi)