Per Eitan in Italia l’incognita dei tempi, i legali studiano la strategia

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Eitan (Photo: hp)
Eitan (Photo: hp)

Per la risoluzione del “caso Eitan” i tempi potrebbero non essere brevi. È quanto emerge da chi sta lavorando per far tornare in Italia il piccolo di sei anni - unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone dove ha perso i genitori e i due fratellini - rapito dal nonno materno, Shmuel Peleg, e portato in Israele. L’uomo ora è agli arresti domiciliari. Da un lato ci sono i legali in Israele della zia paterna Aya Biran (tutrice legale del piccolo e residente a Pavia) che hanno fatto il primo passo presentando un’istanza al tribunale di Tel Aviv per la restituzione del nipote. Dall’altro invece c’è il pool di avvocati italiani al lavoro sulla strategia da adottare davanti a un caso che inevitabilmente sta impegnando anche le diplomazie di Italia e Israele. Ed è proprio questo il nodo da sciogliere per definire i tempi della vicenda.

A regolare la questione c’è la Convenzione dell’Aia sottoscritta sia da Italia sia da Israele. Al momento entrambi gli Stati hanno fatto sapere di voler agire insieme per la risoluzione del caso. In questo senso si è mosso oggi il ministero degli Esteri italiano che, secondo quanto riportato dall’Ansa, avrebbe scritto all’ambasciata sottolineando di contare “sulla collaborazione di Israele per una soluzione concordata della vicenda, nell’interesse superiore del minore”. A stretto giro è arrivata la risposta conciliante da parte di Israele: “Confermiamo che il bambino Eitan Biran è entrato in Israele l′11 settembre. Israele agirà in cooperazione con l’Italia, per il bene del minore. Le autorità israeliane stanno seguendo il caso e gestiranno qualunque richiesta, pervenuta attraverso i canali appropriati, in conformità della legge e dei trattati internazionali pertinenti”.

Se ad avere l’ultima parola dovrà essere infatti il tribunale di Tel Aviv con tutti i tempi burocratici del caso, di sicuro gioverebbe una pressione nella stessa direzione delle diplomazie dei due Stati. Come lascia trapelare il marito della zia di Eitan, Or Nirko, che confessa ai giornalisti appostati davanti a casa: ”È la diplomazia che risolve queste cose, più velocemente del sistema giudiziario”.

Intanto i toni della famiglia paterna, pronta a partire per Israele, sono più concilianti rispetto ai giorni precedenti: “Siamo ancora aperti a una conversazione con loro - spiega sempre lo zio -.Fin dall’inizio abbiamo provato a parlarci con l’aiuto della Comunità ebraica di Milano - ma per i Peleg la soluzione era o Israele o niente. Gli abbiamo dato massimo fiducia consentendogli di incontrare per lungo tempo il bambino che il giorno del sequestro poteva stare con loro dalle 11 alle 18 e 30”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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