"Per fare figli serve un orizzonte davanti, in Italia espone a rischi"

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Chiara Saraceno, writer, Sogiologa, portrait, Milano, Italy, 2010. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images) (Photo: Leonardo Cendamo via Getty Images)
Chiara Saraceno, writer, Sogiologa, portrait, Milano, Italy, 2010. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images) (Photo: Leonardo Cendamo via Getty Images)

In Italia le cifre di natalità e fecondità da anni segnano il segno meno e sono oggetto di conversazioni apocalittiche. Dall’ultimo report dell’Istat sulla popolazione residente in Italia emerge che nel 2020 i nati sono 15mila in meno dell’anno precedente e il 2021 non inverte la tendenza, nonostante qualche avventata teoria sull’intimità forzata durante la pandemia avesse ipotizzato il contrario. Secondo i dati provvisori di gennaio-settembre le nascite sono già 12.500 in meno, una perdita quasi raddoppiata nei nove mesi dell’anno precedente. Il numero medio di figli per donna nel 2020 è sceso a 1,24 dall’1,44 di dieci anni prima.

“Questi dati non mi sorprendono”, dice all’HuffPost la sociologa e accademica Chiara Saraceno. “Sono il risultato di una combinazione di circostanze che durano nel tempo e che hanno reso l’Italia un paese in cui l’entrata alla piena vita adulta arriva tardi, perché è difficoltoso l’accesso alle condizioni che la rendono possibile – un’occupazione con un reddito adeguato, un’abitazione che ci si possa permettere, innanzitutto. A ciò si aggiungono le difficoltà specifiche che incontrano le donne che vogliono diventare madri”.

Quando si parla di natalità e fecondità occorre innanzitutto un chiarimento preliminare: “Bisogna distinguere tra le due, perché la natalità è tenuta bassa anche dal fatto che siamo una popolazione vecchia e la quota di chi non può far figli perché ha superato l’età canonica è crescente”. La fecondità riguarda invece il numero di figli che nascono per ogni donna in età feconda, che come restituisce l’Istat, è nel 2020 un numero corrispondente a 1,17 per le donne di cittadinanza italiana, il dato più basso di sempre. ”È qui che si può intervenire ed è da qui che si parte per capire perché in Italia si fanno pochi figli, anche in relazione agli altri paesi”.

Quella combinazione di circostanze inoltre è stata acuita dalle difficoltà che ha generato la pandemia. “I demografi avevano già anticipato che sarebbe stato improbabile che lo star chiusi in casa producesse un aumento delle nascite, perché era una delle conseguenze dell’interruzione e sconvolgimento dei progetti individuali e collettivi prodotti dalla pandemia, parte del clima di grande incertezza da questa provocato, innanzitutto rispetto alla salute, poi rispetto al lavoro e all’economia”.

Le conseguenze economiche della pandemia hanno inciso soprattutto sulla generazione dei giovani adulti, spiega l’esperta. “Sono loro che hanno perso di più il lavoro o che hanno avuto maggiore difficoltà a trovarne uno. La pandemia ha di molto ridotto gli orizzonti temporali, soprattutto per coloro che per la loro età sarebbero più predisposti a fare figli”.

In un paese in cui già prima del Covid per i giovani era difficile progettare. “Sono state scritte biblioteche sul perché in Italia si fanno pochi figli. Per le donne è complicato, non ci sono politiche di conciliazione, c’è ancora una cultura di genere molto asimmetrica, per cui la cura è tutta sulle spalle delle donne”.

Per chi desiderava un figlio in più la pandemia ha implicato rimandare. “Chi progettava di fare un figlio in più si è trovato a porsi domande quali: Manterrò il mio lavoro? Avrò una riduzione di reddito? Andrò in cassa integrazione? L’orizzonte si è accorciato. Ma per fare figli occorre avere un po’ di orizzonte davanti”.

È ragionevole per Saraceno che le persone si comportino così. “Mettere al mondo un figlio, o un figlio in più, in un’epoca di grande incertezza significa esporre sé stessi e i figli a un rischio. Allora per persuadere chi vuole fare un figlio a correre questo rischio non ci si può semplicemente appellare alla generosità d’animo, al fato, a discorsi più o meno moralistici”.

Le persone che vorrebbero fare un figlio, o un altro, devono avere un minimo di garanzie a medio periodo. “Salari decenti, occupazione non precaria. Non basta l’assegno unico. Certo è importante, soprattutto per chi prima non riceveva nulla. Bisogna essere ragionevolmente sicuri di poter mantenere un figlio lungo tutto il periodo della crescita e, se donne, di poter continuare a lavorare anche se si diventa madri. E non dimentichiamo che l’Italia è uno dei paesi dove il tasso di povertà minorile è più alto del tasso di povertà degli adulti, perché la povertà è concentrata nelle famiglie con più figli, specie se mono reddito”.

Inoltre, ricorda l’esperta riprendendo i dati dell’Istat, quest’anno un’altra tendenza risulta chiara. “Anche chi vive in Italia venendo da un altro paese, che in media faceva un po’ più di figli degli italiani, ora non riesce più a tenere su il dato della fecondità in Italia, perché sperimenta le stesse difficoltà degli italiani, e spesso in misura maggiore”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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