Per imprese italiane in Cina nuove sfida, aumenta costo lavoro

Red
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Roma, 8 feb. (askanews) - La Cina continua a rappresentare, per le aziende manifatturiere italiane che vi operano, prevalentemente un hub industriale e c'è, da parte loro, una valutazione positiva dell'esperienza d'impresa. Tuttavia nuove sfide si prospettano, la prima delle quali la crescita del costo del lavoro. Lo spiega III Business Survey della Camera di commercio italiana in Cina (CCIC), che è stato presentato oggi.

Il sondaggio è stato realizzato in collaborazione con l'International Business School Suzhou presso la Xi'an Jiaotong Liverpool University ed è strutturato in cinque sezioni: panoramica aziendale, scelte strategiche, performance finanziaria, contesto imprenditoriale e prospettive.

L'analisi è basata sia sulla partecipazione dei membri del CICC che di quella degli "amici", in quanto per la prima volta tra gli intervistati dell'edizione 2020 sono presenti sia aziende italiane che cinesi. Sono in tutto 304 imprese ad aver risposto alle domande della Camera di commercio.

Gli intervistati rappresentano l'articolazione della presenza imprenditoriale italiana: l'88% che si è identificata come piccola e media impresa (PMI), mentre il 12% come big player. Più del 60% è in Cina da oltre 10 anni, mentre il 23% tra 4 e 10 anni e solo il 17% meno di 3 anni. Automotive, macchinari e altri segmenti manifatturieri rappresentano il 10%, 11% e 19% rispettivamente della presenza italiana, mentre il resto delle aziende italiane è equamente diviso tra servizi e prodotti industriali con servizi alle imprese che rappresentano il 32%.

Ciò che li ha spinti a operare in Cina sono l'accesso al mercato, la robusta crescita economica, l'elevata domanda di prodotti e servizi da parte dei clienti, mentre altri fattori come gli incentivi locali e la possibilità di attrarre talenti locali sono percepiti in calo.

Oltre alla pandemia Covid-19, la comunità d'affari italiana in Cina vede presentarsi crescenti sfide a partire dalla competizione delle aziende cinesi e comunque non italiano, ma soprattutto dall'aumento del costo del lavoro in Cina. Negli ultimi 3 anni, l'83% degli intervistati ha registrato un aumento del costo del lavoro e il 16% un aumento di oltre il 10%, mentre il 29% tra il 6% e il 10% e il 25% tra il 4-5%. Anche la guerra commerciale tra Stati uniti e Cina ha rappresentato un'altra sfida significativa.

Il 2020 è stato un anno molto impegnativo in termini di previsioni di fatturato rispetto al 2019. Circa l'80% degli intervistati ha previsto una prospettiva stabile per i ricavi nella Cina continentale e un calo del 20% per la Grande Cina.

Le aziende hanno mostrato soddisfazione per gli sforzi compiuti dal governo cinese per alleviare la crisi e rendere più praticabile il contesto economico, in particolare con la riforma delle imprese statali (SOE) e con la semplificazione della burocrazia. Inoltre hanno espresso speranza che le iniziative come Made-in-China 2025 e la Belt and Road Initiative (BRI) per una Nuova Via della Seta, aiuteranno ad aumentare i ricavi in Cina.

Nonostante le difficoltà dell'anno pandemiaco, in termini di previsione dei ricavi del 2021 l'atteggiamento degli intervistati è piuttosto ottimista. La stragrande maggioranza degli intervistati (70%) prevede un trend positivo nello scenario aziendale complessivo nei prossimi 5 anni, mentre il 18% rimane neutrale. In questa prospettiva s'identificano i settori che si classificano tra i primi 5: servizi ai consumatori, macchinari, commercio, automobili e altre aziende manifatturiere.

In termini di potenziale futuro del mercato cinese, la maggior parte delle aziende pianifica ulteriori investimenti nel prossimo piano quinquennale (2021-2025) e il 48% degli intervistati ha fornito feedback su ulteriori progetti di investimento già programmati e in corso.