"Per me Roma è una malattia da cui è difficile guarire"

Flavia Piccinni
·Scrittrice e giornalista
·6 minuto per la lettura
Roma, 15 09 2020 Nicola Lagioia (Chiara Pasqualini) (Photo: )
Roma, 15 09 2020 Nicola Lagioia (Chiara Pasqualini) (Photo: )

“È il 6 marzo del 2016 quando cominciano a diffondersi le notizie dell’atroce morte di Luca Varani. Ricordo ancora che appresi la notizia dal telegiornale. Immediatamente intuii che quella storia mi apparteneva. Non sapevo ancora perché, eppure mi apparteneva”. Parla così lo scrittore Nicola Lagioia. È rapidissimo, mischia la capacità del maestro di scacchi di anticipare le mosse dell’interlocutore, al talento di alternare il sangue a riferimenti letterari desueti. Cinque anni fa aveva vinto il premio Strega per “La Ferocia” e da tre è direttore del Salone del libro di Torino. Con inarrestabile veemenza racconta de “La città dei vivi”, il suo ultimo romanzo, in libreria da una manciata di giorni e già in ristampa, prossimo a divenire una serie televisiva per Sky di cui sarà anche autore. “Stavo scrivendo – prosegue – un altro libro da diversi mesi, con disciplina: cinque ore al giorno, tutte le mattine. Eppure quel tema mi attirava. E più mi attirava, più cercavo di infilarlo in un angolo della mente. Sapevo che avrebbe portato a un deragliamento della mia vita. Quando mi chiamarono per scriverne in un reportage per Il Venerdì, rifiutai. Alla fine, dopo averne parlato anche con mia moglie, capii che stavo scappando”.

E così si è immerso in questa storia nera e romana: un ragazzo di 23 anni seviziato e poi ammazzato da due giovani borghesi e di successo, Manuel Foffo e Marco Prato, nel corso di una notte senza freni.

Per quattro anni sono stato nel fondo di un Oceano. Questo ha cambiato la percezione delle cose, e la mia attitudine verso di loro. Ho scavato come se fossi una parte in causa. Ne ho parlato con chiunque, mi sono scritto con Manuel Foffo, ho conosciuto i genitori di Varani. Ero così ossessionato che una volta ne parlai anche con il mio dentista. L’igienista dentale si intromise: abitava alla Storta, lo stesso quartiere di Varani, e una sua vicina di casa le aveva raccontato di aver capito il cinque mattina che qualcosa era successo.

Come?

Dall’atteggiamento dei carabinieri che erano andati a casa Varani per dare la notizia ai genitori. Aveva riconosciuto, quella donna, la stessa postura che avevano il giorno in cui le comunicarono che suo figlio era morto in un incidente stradale.

A dimostrazione che a Roma, altra grande protagonista del suo libro, i gradi di separazione sono minimi.

Per me Roma è una malattia da cui è difficile guarire. Quando mi trasferii nel 1998, pensavo che avrei vissuto mesi di solitudine. Invece mi fu impossibile rimanere solo. Roma vive di un relativismo esasperato, dove il cinismo tipico dei romani diventa un sintomo di saggezza. Qui il concetto di essere destinati a morire, il centro di impermanenza, è chiarissimo. È il contrario delle città americane, che sembrano promettere vita eterna. In fondo, a Roma la fine del mondo c’è già stata molte volte. E, ogni volta, la città è risorta. Fra le strade e le piazze si mescolano bellezza e degrado. È come se ogni cosa possa accadere in un clima inebriante e tossico allo stesso tempo.

In questi quattro anni trascorsi dalla morte di Varani, non le pare però che l’equilibrio fra la Roma notturna e quella solare si sia smarrito?

Da anni la città di sotto si sta mangiando la città di sopra, ma sono certo che la città risorgerà anche questa volta. A volte mi chiedo: quando arriverà il periodo luminoso? E, io, vivrò abbastanza per vederlo? Per Roma i periodi di decadenza, a volte, sono durati anche secoli. Durante il Medioevo, Roma era un pratone con le pecore davanti al Colosseo. Anche per questo la città ci ha abituato a qualsiasi tipo di cosa. Qui, a differenza di altre città dove le classi sociali sono impermeabili, tutti trovano il mondo di incontrarsi con tutti. Anche per questo Roma non ha perso il suo fascino.

Si stanno avvicinano le elezioni per il sindaco. Voterà Carlo Calenda?

Per sapere chi votare dovrei sapere chi sono gli altri candidati. Il modo in cui ci informiamo sono i talk show, e tutto così diventa molto generico: si parla della città, della pandemia e di mille altre cose insieme. Andrò a votare e cercherò di farlo, come sempre, scegliendo il meno peggio. Ma resto dell’idea che il candidato sindaco, più che fare comizi, dovrebbe parlare con gli addetti ai lavori. Evitare di essere un ectoplasma che fa battute su twitter, si fotogra su instagram, si racconta su facebook. Una città è fatta di associazioni e comitati, non bisogna dimenticarlo. A Roma si avverte l’assenza sul territorio dei rappresentanti.

A Torino non è così?

Devo ammettere che la sindaca Appendino è stata sempre molto presente agli eventi culturali del Salone. La Raggi invece l’ho vista solo una volta. Venne a votare al Premio Strega, e poi se ne andò.

La pandemia ha cambiato ogni cosa. Anche il Salone del libro?

Ogni anno abbiamo mille difficoltà. Adesso ci stiamo riattrezzando considerando la situazione che viviamo. Proveremo a uscirne, magari con una formula mista: metà degli incontri dal vivo, e metà online. Ma a maggio, mi chiedo, saremo usciti dalla pandemia? L’unica certezza è che dobbiamo abituarci a vivere in una dimensione di incertezza.

Una curiosità: se le chiedessero di candidarsi come sindaco di Roma, lo farebbe?

No. Mi è bastato il Salone del libro come massimo sacrificio. Oggi agli intellettuali, anche a Roma, si chiede pochissimo di partecipare, eppure ci sono iniziative che hanno cambiato il volto della città all’insegna della cultura. Penso, per esempio, all’Estate Romana di Renato Nicolini.

Il ruolo dell’intellettuale vive fasi alterne. Un po’ come la cronaca nera, che ciclicamente diventa materia narrativa, letteraria e dunque cinematografica. Come se lo spiega?

Dai tempi di Caino e Abele il sangue è materia per gli scrittori. Dalla Bibbia a Shakespeare, passando per Dostoevskij, il mondo e la letteratura sono pieni di assassini e di atti estremi. Foffo e Prato non erano dei delinquenti abituali. Erano persone normali. E la letteratura non può non interrogarsi su di loro, su questi colpevoli che ci assomigliano così tanto. Ricordiamoci poi che la letteratura è onnivora. Al di là delle mode, è un grande stomaco capace di cibarsi di qualsiasi cosa, purché lo riesca a convertire in qualcosa di affabile. Ecco, la letteratura serve anche a questo: serve a capire l’essere umano.

Il faro Novecentesco, in questo tipo di ricerca, è il citatissimo Truman Capote. Ma anche nella nostra tradizione non mancano i riferimenti. Quali sono stati i suoi?

Fra i tanti penso a Primo Levi, ad Anna Maria Ortese, a Curzio Malaparte. Ne “La Pelle” firma un doloroso atto d’amore verso Napoli. Ma non dobbiamo dimenticare che la letteratura non è un tribunale. Non serve, secondo me, per giudicare, ma per creare compassione.

Anche in questo caso?

Vede, questo libro lo considero un po’ come un’istruttoria lunghissima non finalizzata ad alcun grado di giudizio. Quello che è successo in questo caso era chiaro. Non c’era nulla da scoprire. Eppure solo con le armi della letteratura è possibile capire davvero alcune cose. Per scrivere questo libro mi sono ritrovato per metà scienziato, e per metà sciamano. Ho raccolto il materiale e strutturato il linguaggio, ho provato a indossare i panni degli altri. Ma soprattutto ho inseguito l’ineffabile.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.