Per prima denunciò untore Hiv: "Rifarei quella querela mille volte"

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di Assunta Cassiano - Parla a poche settimane dalla sentenza della Cassazione che ha riconosciuto Valentino Talluto responsabile di aver infettato consapevolmente con il virus dell’Hiv oltre trenta ragazze. Una catena di contagio che si è spezzata proprio grazie alla denuncia di Fortuna (nome di fantasia), portando alla luce una lunga lista di vittime. 

“Rifarei quella querela altre mille volte se necessario - racconta all’Adnkronos la ragazza, assistita nell’intero iter giudiziario dall’avvocato Irma Conti, Cavaliere della Repubblica proprio per il suo impegno nella lotta alla violenza sulle donne - perché continuavo a dirmi ‘se ha mentito a me, a quante avrà mentito?’”.  

Tutto è partito da quella denuncia. “Era il 2014 ed ero risultata positiva al test dell'hiv. Avevo due persone in mente che avevo frequentato a breve distanza - dice ripercorrendo l’inizio della storia - uno dei due ragazzi lo portai personalmente a fare il test, e leggemmo insieme il risultato, che per fortuna, fu negativo. Mi era rimasto solo Valentino, e dopo che mi inviò un certificato falso, decisi di non rimanere in silenzio e andare in procura. Solo dopo 6 mesi, mi richiamarono per dirmi che ero solo la punta dell'iceberg”.  

Ad avviare l’inchiesta che ha portato in carcere Talluto nel 2015 con l’accusa di lesioni gravissime è stato il pm Francesco Scavo che con le sue indagini è risalito alle altre vittime del contagio, conosciute in chat e suoi social e tenute all’oscuro della sua sieropositività. 

Un lavoro ereditato poi dal pm Elena Neri che ha portato alla prima condanna a 24 anni il 27 ottobre del 2017. Pena lievemente ridotta, a 22 anni, in Appello l’11 dicembre 2018. A riconoscere la colpevolezza di Talluto lo scorso 30 ottobre i giudici della Cassazione che hanno confermato la condanna a 22 anni e disposto un processo d’Appello Bis per rideterminare la pena al rialzo.  

“Il 30 ottobre - dice Fortuna - è la data in cui abbiamo vinto la nostra battaglia più grande”. “È dura stare in un'aula di tribunale - ricorda - si è nervosi, agitati, c’è la paura che tutte le lotte combattute fino a quel momento possano svanire in un solo istante. Per noi non è stato così. I 22 anni di condanna rappresentano tanto, rappresentano la forza di ogni singola donna che riceve un abuso, perché un abuso non è solo una violenza fisica, e soprattutto, è un ulteriore tassello, per far capire che nessuno può decidere della vita e della salute delle altre persone”. “Valentino ha scelto per noi, quando non ne aveva nessun diritto - dice Fortuna - Non siamo oggetti che vengono utilizzati a piacimento da altri”.  

Un percorso difficile che le vittime del contagio hanno condiviso anche in aula, fianco a fianco. “Non è mai stato semplice, dalla prima volta che abbiamo varcato la porta dell'aula bunker. Ricordo ancora tutte quelle emozioni in modo chiaro, forte, come se fosse ieri. La parte dura per ognuna di noi è stata di dover raccontare ogni aspetto della propria vita, sia intima che generale, ma per me, la parte più difficile - racconta - è stata sentire ogni singola testimonianza. Ad ogni lacrima che ognuna di loro versava, era una ferita inferta al petto. E pensavo solamente ‘come ha potuto fare una cosa del genere a chi gli ha voluto bene’”.  

“Avere una patologia del genere inizialmente ti annienta, ti distrugge, sia fisicamente che mentalmente - dice Fortuna- pensi di essere diversa, inadeguata, ma questo perché te lo fa credere la società. A chi vive una situazione simile alla mia direi solo una cosa: siate voi stessi, perché già lottiamo tutti i giorni poiché la terapia ci appesantisce tutto, e non pensate che ve la siate meritata o che sia colpa vostra. Non siamo diversi, siamo esseri umani come tutti, con sentimenti, con emozioni, con voglia di vivere, e proprio questa voglia ci fa prendere costantemente il nostro salva vita”.  

A cinque anni da quella denuncia che ha permesso di accertare le responsabilita’, “Valentino ha avuto l'occasione di chiedere almeno scusa, perché come ho sentito io il pianto delle ragazze coinvolte, li ha sentiti lui che era presente in aula, e - dice Fortuna - nonostante tutto, non ha mai chiesto scusa, non ha mai dato una risposta alla domanda che ci porteremo dietro a vita ormai... ‘perché l'hai fatto?’ Solo questo gli chiederei... Il perché”