“Per ripartire dopo la pandemia servono gli inventori dei luoghi”. Intervista a Elena Granata

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(Photo: d3sign via Getty Images)
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(di Mauro Garofalo)

Come possiamo intervenire sul cambiamento climatico in atto, alleggerendone le conseguenze? Elena Granata, architetto e urbanista del Politecnico di Milano, porta alla ribalta una nuova figura (e una nuova professione): i Placemaker, o gli inventori dei luoghi che abiteremo, come si legge nel suo ultimo libro uscito per Einaudi (16,50 euro). “Le persone che ho incontrato nel corso di tutti questi anni, avrei potuto chiamarle designer dei luoghi; sono uomini e donne ‘con la testa ben fatta’ – per usare un’espressione di Edgar Morin - perché capaci di connettere cose diverse: tecnologia e ambiente, arte e paesaggio, salute e innovazione digitale”, racconta Granata, ospite alla TEDxMilano COUNTDOWN - II edizione, We can change climate change. “Il placemaker è il designer che non fa arte in senso stretto, ma cerca soluzioni innovative: ad esempio illuminando, quando è necessario, un’autostrada con i led. Persone in grado di ricucire quel che era disgiunto, che vanno oltre la frammentazione dei saperi e la specializzazione”.

I suoi placemaker sono figure come il politico-pedagogista, l’imprenditore-artista. Dove si impareranno queste nuove professioni?

“Nelle scuole di ingegneria e design, se si metteranno in discussione. Finora abbiamo formato bravi tecnici, buoni amministrativi all’interno di un modello burocratico novecentesco; oggi bisogna saper portare a compimento un progetto e renderlo attuabile”.

Cosa cambierà?

“Le professioni finora sono state auto-referenziali, non siamo attrezzati a far fronte al mondo che cambia. Personalmente, amo togliere, fare spazio, rinunciare. L’ultimo studio pubblicato su Nature per il 2020 ci dice una cosa spaventosa, ovvero che la massa di tutti i materiali prodotti dall’uomo – cemento, acciaio, asfalto, plastica – è cresciuta fino a raggiungere la massa di tutta la vita sul pianeta. Stiamo producendo oltre 30 gigatonnellate (30.000.000.000 di tonnellate) di materiali l’anno. Questo dato testimonia che siamo una specie ingombrante, occupiamo troppo spazio, da qui nasce l’idea del coniugare verbi nuovi per il prossimo sviluppo: dis-urbanizzare, de-cementificare, de-molire; occorre tornare a essere una società che reintegra e ri-foresta, che si prende cura dell’ecosistema”.

È un approccio costruttivista?

“Sì: le cose nascono quando ci tiriamo indietro. Lo abbiamo visto con il lockdown, la natura è stata in grado di ripristinare un equilibrio che avevamo demolito, sono tornati i pesci nel mare, gli animali in città. Elementi che ci dicono che per ricreare serve ripristinare lo spazio. Per questo il placemaker è chi è in grado di togliere, non aggiungere”.

Nel suo libro si legge in controluce il concetto di “faglia” tra le cose. Cosa intende?

“Faglia fa venire in mente lo spazio che si apre tra le case, le piazze, l’esterno al posto dell’interno. Prima del coronavirus eravamo una società indoor: la pandemia ci ha spinti verso lo spazio aperto, il fuori. Inoltre la faglia è un’apertura anche in senso temporale, è ciò che si è aperto tra la vita precedente e quel che non vorremo più fare in futuro: cosa succederà dopo che milioni di persone hanno provato lo smart working? È successo qualcosa di definitivo con il Covid-19: abbiamo aperto gli occhi sulla qualità della vita che avremmo voluto, e non avevamo. Ad esempio la qualità degli spazi di vita pubblica: credo che i cittadini di domani saranno più esigenti di quelli del passato. I cittadini potranno decidere di andarsene dalle città”.

Assisteremo a uno spopolamento urbano?

“Durante il lockdown abbiamo assistito a un dibattito polarizzato verso gli estremi: la città è un essere mostruoso, quindi scappiamo tutti nei borghi; il borgo inteso quasi come ultimo rifugio post-atomica. C’è secondo me un’Italia in mezzo di cui non parliamo: sono le città medie, Bergamo invece che Milano, se a Reggio Emilia vai in bici la percorri tutta in 15 minuti. Ci siamo innamorati della città del quarto d’ora mentre siamo già il Paese dei 100 campanili. È la nostra provincia, dove si vive una vita urbana piacevole, il problema sarà portare in questi posti la fibra, allora avremo una vita accessibile, in senso fisico e digitale, e prossimità ai centri urbani”.

Cosa significa che i boschi saranno le “fabbriche del futuro”?

“Da un lato, dobbiamo metterci nell’ottica di ripiantumare un paesaggio che abbiamo impoverito, penso alla Pianura Padana, per esempio. Il fatto che dall’ultimo G20 sia venuto un appello a piantare un trilione di alberi entro il 2030 è un chiaro inspirational goal. Potrebbe anche innescare un’economia”.

Cosa sa il placemaker che noi non sappiamo?

“La grande fascinazione di questa figura è che non sa niente ma ha capito che se non ci occuperemo di uccelli, insetti, degli alberi non riusciremo a vivere. Ciò che non sappiamo (ancora) fare può determinare il maggior successo”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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