Per Trump critiche dei generali e silenzio dei predecessori

Per Trump critiche dei generali e silenzio dei predecessori

Milano, 4 giu. (askanews) – Prendono le distanze da Donald Trump i generali, dopo le uscite del leader della Casa Bianca nei 10 giorni di manifestazioni negli Usa provocate dalla morte di George Floyd, nero letteralmente schiacciato con un ginocchio sul collo da un agente di polizia mentre tre colleghi stavano a guardare; tutti incriminati per omicidio e complicità.

Proteste di piazza a volte diventate anche violente. Ma persino il segretario alla Difesa Mark Esper ha sollevato una velata critica all’ipotesi di usare la forza militare, ventilata dal presidente, citando l’Insurrection Act. Al Pentagono c’è chiaro imbarazzo per il comportamento del comandante supremo; a cui si aggiunge un parere autorevole, quello del precedente segretario alla Difesa di Trump, James Mattis, generale a cinque stelle in pensione. “Trump è il primo presidente della mia vita che non cerca di unire il popolo americano, non finge nemmeno di provarci”, ha scritto in un durissimo comunicato.

Non è il solo. Marty Dempsey, ex capo di Stato Maggiore, ha twittato: “l’America non è un campo di battaglia. I nostri concittadini non sono nemici”. Mark Milley, l’attuale capo dello Stato maggiore congiunto ha rilasciato un raro appunto alle Forze armate del Paese ricordando i loro doveri e i diritti dei connazionali alla libera assemblea. La lista si allunga con John Allen, leggenda vivente dei Marines e l’ammiraglio Mike Mullen.

Intanto dal fronte politico, c’è un’atmosfera critica bipartisan che avvolge Trump. Ieri l’ex presidente Barack Obama è tornato a parlare, invitando i suoi connazionali “ad essere scomodi per cambiare il Paese”. Ma non sono solo dem, come anche Clinton e Carter: il repubblicano George W. Bush ha elogiato i manifestanti che “marciano per un futuro migliore”. Bush non ha menzionato il suo successore repubblicano, che questa settimana ha fatto usare anche i lacrimogeni per sgomberare una piazza di Washington dove voleva farsi fotografare. La gestione di questo caso unita al dramma coronavirus con la sua drammatica coda di disoccupazione pesa moltissimo e aumenta le possibilità di Joe Biden, candidato democratico in pectore alle presidenziali del 3 novembre.