Per l'Ispi, "a Glasgow serve meno rivalità e più ambizione"

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AGI - A 24 ore dalla chiusura del vertice Onu sul clima Cop26, a Glasgow sono i corso serrati negoziati per arrivare a un accordo. Voci critiche circolano dopo la diffusione dall'Onu della prima bozza di accordo, valutata da molti come inadeguata, rendendo necessari ulteriori sforzi dei Paesi partecipanti per rafforzare gli impegni.

"In effetti, per mantenere vivo l'obiettivo di 1,5 C servono sforzi molto più ambiziosi: in questo senso la bozza del documento politico finale della Cop26 ci fa rimanere cauti sulla reale possibilità della comunità internazionale di rispettare l'accordo di Parigi e le indicazioni che provengono dalla scienza" dice all'AGI Ruben David, assistente di ricerca dell'Ispi, esperto di Geoeconomia e Sicurezza energetica.

La partita in gioco sul clima, oltre a riguardare il futuro dell'umanità e del pianeta, ha implicazioni dirette in termini di competizione geo-economica e geopolitica, chiaramente emerse a Glasgow e al recente G20 di Roma. "Bisogna distinguere tra una sana competizione per la leadership nella transizione verde che se ben gestita può portare a una corsa al rialzo verso maggiori ambizioni e una competizione volta, al contrario, all'ostruzionismo e alla mancata soluzione del problema" sottolinea David, fornendo la sua chiave di lettura sui negoziati in corso sul clima, gli accordi raggiunti e i mancati impegni.

Nonostante iniziali divergenze di vedute, al G20 i Paesi hanno concordato sulla necessità di agire per mantenere il riscaldamento globale entro il limite inferiore di 1,5 grado. Nel comunicato finale è stato anche scritto che i Paesi dovranno raggiungere la neutralità climatica "entro o intorno la metà del secolo", cosi' ad esempio Cina e India hanno dichiarato che la raggiungeranno rispettivamente nel 2060 e nel 2070, quindi in ritardo di 10-20 anni rispetto ad altri, come l'Europa.

Un'analisi della politica climatica internazionale deve tenere conto come dato di partenza della suddivisione delle responsabilità in termini di emissioni. Quelle cumulative, a partire della rivoluzione industriale, vedono gli Stati Uniti al primo posto, responsabili del 25%, seguiti dai 27 Paesi Ue, al 22%, dalla Cina (12,7%), la Russia al 6% e l'India al 3%. Ben diversi i dati relativi a quelle odierne: con circa il 28% la Cina è il principale emettitore, seguita da Stati Uniti al 14%, Ue all'8%, India (6%), Russia (5%) e Giappone (4%).

A cambiare nel tempo è stata anche la linea di divisione nei negoziati climatici, con uno schema riflesso nel Protocollo di Kyoto del 1997, che ha regolato a livello internazionale la questione dei cambiamenti climatici fino al 2020, imponendo obblighi vincolanti di mitigazione solo al gruppo dei Paesi industrializzati. 

"Da un lato c'erano i Paesi sviluppati, dall'altro quelli in via di sviluppo e povero, i cui interessi erano spesso divergenti".
"Questo schema - ha detto ancora Ruben - non ha più retto vista la rapida crescita economica di un gruppo di Paesi emergenti con emissioni in forte espansione - tra cui Cina, India, Brasile e Sudafrica - che, sotto il regime di Kyoto erano esentati dall'obbligo di riduzione delle emissioni".

Nel mutato panorama geopolitico del clima sono quindi emerse nuove coalizioni negoziali e nuove esigenze di cui si è tenuto conto nella stesura dell'Accordo di Parigi e nella ricerca di soluzioni.

"Di fatto l'accordo del 2015 non individua un target specifico per la riduzione delle emissioni a carico di determinati Paesi ma adotta un approccio bottom-up (dal basso verso l'alto) lasciando che siano i singoli Stati a definire gli obiettivi e le loro azioni" evidenzia l'analista Ispi. A incidere in generale sui negoziati climatici sono anche le tensioni internazionali e le dinamiche di contesa tra Paesi.

"Non ci si può illudere che la questione climatica sia in buona parte slegata dagli altri scenari geopolitici, anzi è una questione anche divisiva" avverte David, che ricorda quali fattori dirompenti l'uscita degli Usa dall'Accordo di Parigi voluta da Trump e le posizioni del presidente del Brasile Bolsonaro. Per non parlare poi dei dissapori che spesso vengono a crearsi tra Paesi produttori ed esportatori di petrolio e Paesi che vorrebbero accelerare la transizione verso le rinnovabili.

Nel caso della Cop26, a pesare negativamente sull'esito delle trattative possono essere scondo David le crescenti difficoltà nei rapporti tra UE e Cina, e, ad esempio, tra alcuni Paesi occidentali e la Russia rischiano di sconfinare nella questione climatica, oltre alla spirale involutiva delle relazioni USA-Cina. La posta in gioca nella lotta al riscaldamento globale è molto alta per tutti, ma sicuramente i Paesi che ne soffrono maggiormente gli impatti non sono affatto quelli che hanno contribuito di più alla sua creazione.

Ad esempio, l'Africa, uno dei continenti più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, nel suo complesso è responsabile solo per circa il 3% delle emissioni, sia in termini storici che attuali. Molto grave è la situazione dei piccoli stati insulari in via di sviluppo, come le isole Tuvalu, il cui ministro ha pronunciato il discorso indirizzato alla Cop26 con le ginocchia immerse nell'acqua per ricordare alla comunità internazionale che già oggi ci sono Paesi per cui la lotta al cambiamento climatico è una battaglia per la sopravvivenza.

Quindi il cambiamento climatico è strettamente connesso alla questione della giustizia, nel senso che il cambiamento climatico genera diverse forme di ingiustizia. Anche i Paesi occidentali corrono rischi, ovvero l'aumento nella frequenza ed intensità degli eventi atmosferici estremi, dall'innalzamento del livello del mare o dall'aumento delle ondate di calore.

Inoltre, sulla corsa alla neutralità climatica e alla transizione energetica si gioca anche una partita geopolitica e geoeconomica. "Ancora non è facile dire chi vincerà questa partita e quali saranno gli esiti, ma dal modo in cui verrà giocata non dipenderà solo chi sarà leader della transizione verde ma anche le sorti del nostro Pianeta" conclude l'interlocutore. 

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