Perché in Etiopia i salesiani sono scomodi

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AGI - È facile diventare scomodi quando ci si occupa di istruzione, formazione professionale, progetti di sviluppo, assistenza alle popolazioni colpite dalla carestia, sempre secondo lo spirito evangelico della prossimità. Senza distinzione tra appartenenze tribali, anche in un paese come l'Etiopia, che ne conta a decine ed ha un'antica storia che è al tempo stesso di accentramento dei poteri e delicatissimi - talvolta impossibili - equilibri etnici.

Un equilibrio una volta garantito dalla persona del Negus Hailè Sellassiè, ma che con la fine del suo regno, quasi cinquant'anni fa, è stato reso a lungo impossibile per le rivalità tra le singole componenti della società locale. Una difficile realtà in cui si svolge l'impegno delle Missioni di Don Bosco in Etiopia e dei cooperanti del VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), la loro Ong.

Quella dei Salesiani in Etiopia è una presenza che che dura, ininterrotta, dal 1976, quando i religiosi hanno iniziato a occuparsi dei bambini e dei giovani locali, impegnando tutte le loro risorse umane, culturali, professionali, economiche per il bene della popolazione. Vale a dire un anno dopo l'uccisione di Hailè Sellassiè e l'inizio di un durissimo regime marxista guidato da Menghistu Hailè Mariam.

Un regime che contribuì alla genesi della più grande carestia degli iultimi decenni e fu protagonista della Guerra dell'Ogadenm contro la vicina Somalia. "I Salesiani c'erano durante la carestia che colpì l'Etiopia nel 1983-85 e che causò un milione di morti - spiegano alla agenzia specializzata Fides fonti vicine ai religiosi - e ci sono oggi nella pandemia da Covid-19, nella carestia generata dall'invasione di locuste e nell'emergenza malnutrizione che mette a rischio la vita di migliaia di persone".

Le quattro missioni di Macallè, Adua, Scirè e Adigrat, si occupano di migliaia di bambini e ragazzi provenienti da contesti di miseria e con alle spalle storie di violenze, abusi e disperazione. "Grazie alle donazioni di migliaia di persone - si osserva - migliaia di bambini sono stati accolti nelle Case salesiane di Don Bosco e hanno potuto frequentare gli asili e le scuole primarie salesiane. Molti ragazzi di strada hanno ricevuto una formazione professionale, un futuro in cui credere e un lavoro nella loro terra".

Nel 1998, ricorda ancora la Fides, i missionari sono stati poi affiancati dal VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), organizzazione non governativa nata nel 1986 come espressione del Centro nazionale opere salesiane e che si ispira al messaggio di San Giovanni Bosco e al suo sistema educativo.

Il Vis lavora per costruire uno sviluppo sostenibile e durevole per le popolazioni locali. In Tigray, regione sconvolta da una feroce guerra civile, è stato lanciato il progetto "Wash" (Water and Sanitation) che punta a migliorare l'accesso ad acqua potabile, servizi igienico-sanitari di base e le capacità locali di gestione delle risorse idriche e a promuovere la sicurezza alimentare in collaborazione con il partner locale "Dgmda" (Don Gianmaria Memorial Development Association).

L'attività viene svolta anche nella Somali Region, la regione orientale dell'Etiopia abitata da somali. Seguendo la tradizione salesiana, il VIS è però anche impegnato nel settore della formazione professionale e dell'educazione.

All'interno delle scuole tecniche salesiane della regione del Tigray, a Gambella e ad Addis Abeba sono stati attivati corsi in arti grafiche e tipografiche (con la creazione della prima scuola di grafica del Paese), sartoria, preparazione cibo e catering, lavorazione del legno, meccanica, pelletteria ed edilizia.

"Per promuovere l'inserimento lavorativo - spiegano a Fides i volontari del VIS - abbiamo messo a punto una strategia, che abbiamo adottato in Tigray e ad Addis Abeba, basata sull'organizzazione di corsi brevi in linea con il mercato del lavoro, la promozione dell'autoimpiego e l'inserimento in azienda attraverso il sostegno a partnership tra pubblico e privato".

Le attività di formazione sono state portate avanti anche all'interno di campi profughi dove, grazie alla collaborazione dell'Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo, i Salesiani hanno cercato di migliorare le condizioni di vita dei rifugiati nelle regioni di Gambella e del Tigray attraverso il rafforzamento delle loro competenze professionali e l'avviamento al lavoro per potenziali migranti e rifugiati eritrei attraverso un approccio innovativo per il Paese, basato sull'organizzazione di corsi in linea con il mercato, la promozione dell'autoimpiego e l'inserimento in azienda attraverso il sostegno a partnership pubblico-privato.

"La nostra prima missione - concludono le fonti di Fides - è quella di costruire un futuro su misura per i ragazzi e per le comunità piu' svantaggiate: un futuro fatto di opportunità e di integrazione con il tessuto sociale, un futuro a portata di mano per chi nella vita ha conosciuto solo povertà e emarginazione. A questa missione spirituale e sociale è proteso tutto il nostro impegno. A questa missione dedichiamo tutte le nostre risorse ed energie".

Poi c'è anche la dura quotidianità della guerra con le sue conseguenze sulla popolazione civile. Ancora il 2 novembre scorso il Vis lanciava un appello ufficiale. "Gli scontri che da novembre dello scorso anno proseguono tra il Governo centrale e le milizie del partito al potere nella Regione, il Fronte di Liberazione Popolare del Tigray, e che vedono come terreno di battaglia sia il Tigray sia le regioni limitrofe, si sono intensificati negli ultimi giorni con raid aerei su diverse città, tra cui Mekelle e Adwa", denunciava. 

"La regione è isolata da mesi a causa delle restrizioni imposte alla consegna di beni di prima necessità attraverso l'unico corridoio umanitario disponibile: sono interrotte le comunicazioni, le forniture di generi alimentari e igienici, di medicine e di denaro. Non è consentito far entrare carburante nella Regione, limitando così ulteriormente le operazioni umanitarie". È facile diventare scomodi, quando si hanno a cuore gli esseri umani.

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