Perché gli studiosi discutono di migrazione lessepsiana

Marco gritti

Si chiama migrazione lessepsiana e metterebbe a repentaglio l'ecosistema del Mediterraneo. Per alcuni, come la biologa israeliana Bella Galil, i danni fatti sono addirittura irreversibili e toccano da vicino anche l'uomo. Altri, come Roberto Bedini dell'Istituto di biologia marina ed ecologia marina di Piombino, nel livornese, credono invece che i casi vadano valutati caso per caso, specie per specie. Perché di questo si tratta: della migrazione di specie animali e vegetali dal Mar Rosso verso il Mare Nostrum, attraverso il canale di Suez.

L'allarme da Israele: “un pericolo pari al cambiamento climatico”

“La lista di specie che vivono nel Mediteranno ma che non sono originarie di quelle acque è lunga, ed è destinata ad allungarsi ancora perché il processo non è controllabile”, spiega all'Agi il dottor Bedini, che dell'istituto di Piombino è il direttore. Il tema è tornato alla ribalta nei giorni scorsi, quando l'Associated Press ha pubblicato l'allarme lanciato da Bella Galil, del Museo di Storia Naturale Steinhardt dell'Università di Tel Aviv, secondo cui l'apertura – e il successivo ampliamento – del canale di Suez ha creato un “acquario in movimento” con conseguenze potenzialmente nefaste.

In Israele, il paese d'origine della biologa, negli ultimi anni si è ad esempio assistito all'arrivo di meduse tossiche che hanno danneggiato le centrali elettriche costiere e messo in fuga i turisti balneari. Senza contare che anche l'attività ittica e le abitudini alimentari, in alcuni casi, finiscono per venirne coinvolte: secondo Galil, la metà di tutto il consumo di pesce israeliano, e dei crostacei, è di varietà invasive non autoctone.

E poi c'è la questione ambientale: "Questi organismi non indigeni rappresentano una grave minaccia per la biodiversità locale – sostiene Galil - paragonabile almeno a quella esercitata dal cambiamento climatico, dall'inquinamento e dalla pesca eccessiva". In che modo? Spazzando via le specie locali, soppiantandole, andando a insediarsi al posto di cozze, gamberi e triglie del posto.

A volte troppo allarmismo, la competizione va studiata”

“Tra le specie c'è competizione”, spiega Bedini. Ed è proprio sulla competizione che si gioca il futuro dell'ecosistema. In alcuni casi, ammette il direttore dell'istituto di Piombino, le specie provenienti da altre zone “sono più invasive” di quelle nostrane. La Lophocladia lallemandii, l'alga rossa del Mar Rosso, per esempio è arrivata a Pianosa dove, in un paio d'anni, si è osservato un grande sviluppo territoriale, passando dal ricoprire poche centinaia di metri di superficie ad alcuni chilometri.

In altri casi, invece, la coesistenza pare possibile: emblematico il caso della Caulerpa taxifolia, nota come alga killer. Temuta per la capacità di diffondersi e avere la meglio sulla Posidonia oceanica, è stata studiata dall'Istituto di Piombino che ha verificato come le due specie siano state in alcuni casi in grado di coabitare. “Sarebbe stato drammatico se fosse avvenuta la sostituzione (come accaduto in altre parti del Mediterraneo, ndr), ma studiandola nel tempo abbiamo visto che da noi la superficie di diffusione non era variata in maniera sensibile”, spiega Bedini.

Non capita ovunque, naturalmente: anche il ministero dell'Ambiente sottolineò come la Caulerpa tenda ad invadere “gli ambienti instabili e degradati, le nicchie ecologiche vuote o semivuote, prediligendo sabbie grossolane prive di insediamenti”, con il rischio “di una inevitabile progressiva regressione delle specie autoctone fino ad una possibile estinzione”.

“A volta l'allarmismo è eccessivo”, prosegue Bedini. La competizione, insomma, “non è necessariamente negativa. Può esserlo, ma va studiata”.

Via nave o a causa dell'uomo, ecco come si diffondono le specie

Non è stata soltanto l'apertura di un canale di comunicazione come Suez a spostare i fragili equilibri dell'ecosistema: spesso, spiega Bedini, i rimescolamenti di specie da una parte all'altra del mondo avvengono in maniera molto più banale, cioè via nave o attraverso la pesca.

In altri casi ancora, come quello dell'alga killer, fu proprio una disattenzione dell'uomo a provocare il diffondersi della Caulerpa. Era il 1984 e, nel sistema di scarico del Museo Oceanografico di Monaco, in Francia, finì per sbaglio uno stolone dell'alga che lì si trovava in esposizione.