Perché i fotografi di gossip li chiamiamo “paparazzi”

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Forse non sarà nota come “pasta”, “pizza” o - purtroppo - “mafia”. Ma è indubbio che “paparazzi” è una parola italiana tra le più pronunciate all’estero. Il significato è univoco, a Roma come a New York o a Mosca, e indica i fotografi che si occupano di gossip, spesso assediando i personaggi famosi per ottenere uno scatto che faccia scandalo.

Ma perché quella parola, così strana, ha acquisito tanta notorietà? Si tratta di uno dei non infrequenti casi di passaggio dal nome proprio al nome comune: Coriolano Paparazzo. Si chiama così, infatti, uno dei fotografi che compaiono nella Dolce vita, il capolavoro di Federico Fellini uscito nelle sale esattamente 60 anni fa, nel 1959. Secondo la tradizione, già nel corso della lavorazione del film la troupe aveva preso l’abitudine di indicare collettivamente come “paparazzi” tutti e quattro i fotografi. Questo uso fu fatto proprio dai giornali, soprattutto quelli della Roma in cui è ambientata la vicenda; in un amen, si diffuse poi in Italia e nel mondo. Un esempio chiarisce la dirompenza di quella diffusione: fin dal 1968 sulle pagine dell’inglese Daily Telegraph si leggono articoli di esecrata condanna ai “detested paparazzi”, cioè ai detestati fotografi che si impicciano delle vicende private delle star.

Ma perché Federico Fellini scelse per quel fotografo il nome di Coriolano Paparazzi? La risposta è nella letteratura, in particolare in quella prodotta dal romanziere inglese George Gissing, che nel 1901 pubblica Sulla riva dello Ionio (tradotto in Italia nel 1957). L’autore vi narra di un viaggio nell’Italia meridionale, durante il quale alloggia a Catanzaro nella locanda di un tale Coriolano Paparazzo. Un tipo bizzarro, capace di lamentarsi - pur con una notevole dignità - di come i suoi clienti disertassero il ristorante dell’albergo limitandosi a usarlo per dormire, e di affiggere le proprie rimostranze in bella mostra su un cartello all’ingresso.

A Fellini quel nome non piaceva, lo trovava sgradevole sotto il profilo del suono. E nemmeno piaceva a Ennio Flaiano, il grande scrittore che collaborava con il regista alla sceneggiatura del film. Anzi, pare che sia stato proprio Flaiano a insistere per dare al protagonista un nome così sgraziato, riprendendolo dal dialetto della regione in cui era nato. In Abruzzo - Flaiano nacque infatti a Pescara nel 1910 - le vongole vengono anche dette “paparazze”, e lo scrittore vide nel mollusco una somiglianza con i fotografi scandalistici (allora non esisteva la parola gossip): come questi ultimi aprono e chiudono in continuazione l’obiettivo della fotocamera, la vongola apre e chiude le valve della conchiglia.