Perché il carabiniere Cerciello non impugnava la pistola

enzo castellano
Un'ora prima che Mario Cerciello Rega fosse ucciso, Andrea Varriale, il carabiniere che era con lui nel momento dell'aggressione, si trovava in piazza Mastai con l'uomo al quale Finnegan Lee Elder d Gabriel Christian Natale-Hjorth avevano rubato lo zaino. E' un elemento che emerge dalla convalida del fermo dei due giovani americani e che aggiunge un elemento a una vicenda che di ora in ora si fa sempre più complessa. "Dall'annotazione del carabiniere, Andrea Varriale, emerge che poco tempo prima di ricevere l'incarico di effettuare l'operazione in abiti civili, alle ore 1.19, era intervenuto in piazza Mastai su ordine del maresciallo Pasquale Sansone che gli riferiva di trovarsi sul posto insieme ad altri operanti per la ricerca di un soggetto che si era sottratto all'identificazione dandosi alla fuga dopo aver consegnato ai militari un involucro di colore bianco contenente una compressa di tachipirina" scrive il gip di Roma, Chiara Gallo, "Sul posto veniva identificato Sergio B. che riferiva di essere stato vittima di un borseggio operato da due persone che dopo il furto si allontanavano a piedi in direzione lungotevere altezza ponte Garibaldi. Precisava inoltre che all'interno della borsa che gli avevano asportato era presente il suo cellulare, documenti ed altri effetti personali. Al momento gli operanti invitavano Sergio B. a sporgere denuncia presso un qualsiasi ufficio di polizia e riprendevano il normale servizio". La convalida ricostruisce anche gli ultimi momenti di vita di Cerciello e le sue ultime parole: "Mi hanno accoltellato". "Mario urlava 'fermati' al ragazzo che lo colpiva" ha riferito Varriale, "mentre quelli fuggivano, lui perdeva sangue". Lo stesso Lee a raccontato al pm che mentre il vicebrigadiere lo teneva fermo "non ha mai estratto la pistola". Per il Gip Lee non poteva non aver capito di aver a che fare con due uomini delle forze dell'ordine. "Tutte queste circostanze escludono che Elder non abbia compreso che i due (carabinieri, ndr) che tentavano di fermarlo fosse dei poliziotti (d'altro canto l'intervento della polizia durante il compimento di un'azione delittuosa come quella che gli stessi stavano ponendo in essere non poteva essere ritenuta una circostanza imprevedibile), dall'altro appaiono comunque del tutto incompatibili con i presupposti della legittima difesa, posto che le coltellate al torace sono state sferrate contro un uomo disarmato ("mentre mi teneva fermo non ha mai estratto la pistola"), che evidentemente già dopo i primi colpi era in difficoltà, in assenza di una vera e propria aggressione (come dimostrato dall'assenza di alcun tipo di segni sulle persone degli indagati) e durante il compimento di una azione delittuosa per la cui riuscita Elder si era premurato di presentarsi armato di coltello". Lee si era portato l'arma dagli Stati Uniti, hanno fatto sapere gli inquirenti, in una valigia imbarcata nella stiva.Sempre secondo il decreto di convalida, è "pacifico" che l'autore del delitto sia Finnegan Lee Elder, il 19enne in vacanza a Roma con il coetaneo Gabriel Christian Natale-Hjorth. Quest'ultimo, secondo la deposizione di Lee, avrebbe poi nascosto il coltello nel controsoffitto della camera del Visconti Meridien nel quale i due soggiornavano."Nessuno dei due indagati ha dimostrato di aver compreso la gravità delle conseguenze delle proprie condotte, mostrando un'immaturità eccessiva anche rispetto alla giovane età e al grado di violenza che connota le condotte di entrambi" scrive il Gip, "e testimoniano la totale assenza di autocontrollo e capacità critica evidenziandone la pericolosità sociale".I due californiani "erano alla ricerca di sostanze stupefacenti nel corso della serata e che entrambi avevano bevuto alcol". E, queste circostanze, valutate insieme alle condotte, "testimoniano incapacità critica dei due coindagati", e di conseguenza rendono evidente la loro "elevata pericolosità sociale". I due americani - si legge "sono stabilmente residenti all'estero, presenti in Italia occasionalmente e sorprese dalla polizia giudiziaria in procinto di lasciare l'albergo subito dopo avere commesso i delitti in contestazione, condotta quest'ultima che non può non ritenersi finalizzata a far perdere le proprie tracce". Da qui il pericolo di fuga come uno degli elementi per convalidare il fermo

Ma il vice brigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega uccis a Roma durante un'operazione in borghese non poteva intervenire tenendo in mano o comunque in evidenza l'arma di ordinanza?

E' la domanda, all'apparenza scontata, ma che tanto scontata invece non è, che ci si pone di fronte a quanto accaduto.

La risposta è una: armi in pugno a seconda dei casi. E' questa la formula ricorrente, la prassi. E' previsto che le forze dell'ordine agiscano armi in pugno quando si tratta di operazioni programmate: per esempio nell'antiterrorismo, nell'irruzione in covi, nella liberazione di ostaggi, nella cattura di latitanti o ricercati già sotto osservazione e che si pensa abbiano la disponibilità immediata di armi. In quel caso gli operatori agiscono avendo già a portata di mano pistola o mitraglietta M12 o altre armi in dotazione ai reparti speciali tanto dell'Arma dei carabinieri quanto della Polizia di Stato o della Guardia di finanza.

Anche in occasione di posti di blocco e controllo del territorio è previsto che uno degli operatori sia a distanza di sicurezza e tenendo pronto l'M12, mentre il suo collega avvicina il conducente di un veicolo o la persona fermata per effettuare quindi il controllo dei documenti. C'è tutto un addestramento perché queste operazioni di routine vengano fatte in condizioni di sicurezza. In modo che chi si avvicina alla persona da controllare non sia mai nella linea di eventuale tiro del suo collega, ovvero quest'ultimo l'abbia sempre ben in vista e la tenga d'occhio, e quindi prevenire - il più possibile - una sua eventuale reazione armata. 

Nel caso invece della notte tra il 25 e il 26 luglio si trattava di un'operazione di servizio in borghese, perché non si voleva destare alcun sospetto nelle persone ritenute responsabili del furto del borsello e della successiva estorsione per restituirlo: il cosiddetto 'cavallo di ritorno'. 

I carabinieri per forza di cose dovevano essere in borghese e nelle immediate vicinanze non doveva esserci alcun militare in divisa o auto di servizio con la livrea dell'Arma perché questo avrebbe insospettito le persone da cogliere in flagranza di reato. Né tantomeno ci si poteva avvicinare mostrando di avere un'arma, sia che si trattasse di pistola che di mitraglietta: avrebbe significato farsi subito notare e quindi mandare a monte l'intervento.

E' prassi che si agisca così, viene fatto rilevare in ambienti delle forze dell'ordine, se si vuole tentare di portare a termine con successo un'operazione di contrasto al crimine operando in borghese. E' una fase oggettivamente più pericolosa, perché la reazione può arrivare in qualunque momento ed è imprevedibile, e l'agente o il carabiniere è in una condizione di svantaggio, a differenza dell'altro che invece potrebbe già avere pronta all'uso un'arma da fuoco o un coltello. E purtroppo cosi' e' stato in questa circostanza, vanificando anche il tentativo di immediato intervento dell'altro carabiniere in difesa del proprio collega e rimasto contuso nella fase concitata seguita all'aggressione a coltellate e poi alla fuga dei due sospettati.