Perché il prezzo del petrolio non è schizzato dopo l'attacco all'Arabia Saudita

Perché nonostante gli attacchi con i droni a due impianti sauditi che ha provocato il dimezzamento della produzione petrolifera del paese i prezzi del greggio non sono balzati ma 'ristagnano', con qualche lieve sussulto passeggero? In altre epoche, basti pensare agli anni ‘70, uno choc del genere avrebbe provocato un'impennata dei prezzi del greggio con una ricaduta su tutti gli altri beni di largo consumo.

Uno scenario del genere, forse, se lo è augurato il presidente della Bce, Mario Draghi, in perenne lotta con la deflazione, ovvero i prezzi che scendono invece di salire e avvicinarsi all'obiettivo di inflazione al 2%. Oggi (19/9) il Brent è sotto i 65 dollari al barile e il Wti sotto i 60, poco sopra i livelli di una settimana fa, prima dell'attacco Houthi a Riad. Dopo le impennate di lunedi 16 settembre  quando il Brent ha avuto una fiammata del 14,6% e il Wti di oltre l'11%, le quotazioni si sono placate.

Cosa è stato a raffreddare una crisi che aveva tutte le potenzialità per generare conseguenze, almeno nel medio-breve periodo, importanti? L'attacco con droni ai due impianti ha quasi dimezzato la produzione petrolifera di Riad che è il maggior esportatore di petrolio al mondo. Una perdita di circa cinque milioni di barili al giorno, il 5% della produzione giornaliera mondiale di greggio; il regno produce 9,8 milioni di barili di petrolio al giorno.

Il mercato ha aiutato i consumatori

In primis ad attutire l'impatto è stato il mercato. Proprio lui, con buona pace degli anti-globalisti, sovranisti e nazionalisti che in giro per il mondo attaccano la globalizzazione in tutte le sue forme, la finanza, i cosiddetti barili (di petrolio) di carta. Proprio l'insieme di questi fattori, che quasi sempre vengono additati come causa di tutti i mali, hanno raffreddato le tensioni e aiutato i consumatori, la gente comune, che in caso di forti rialzi, avrebbe pagato un prezzo salato.

A spiegarlo bene è stato il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, esperto del settore energetico: “Chi vince in questa vicenda è certamente il mercato. Contrariamente a quello che si sente dire, perché è molto facile accusare la speculazione, il mercato ha tenuto botta. Fosse accaduto negli anni ‘70 quello che è successo sabato, la reazione sarebbe stata sicuramente peggiore. Quando non esisteva la finanza, i futures e avevamo contratti di lungo termine, quando l'Opec faceva le sue riunioni in solitaria, avremmo avuto dei prezzi molto più irrequieti, molto più instabili rispetto a ora”.

Nel mondo c'è tanto petrolio e questo tiene bassi i prezzi

Il secondo motivo, colllegato al primo, per cui gli attacchi sono stati ben tollerati dall'economia mondiale è dato dal fatto che nel mondo c'è tanto petrolio. Per cui se salta il 5% della produzione, di fatto non succede niente o accade poco. Dal primo gennaio 2017 l'Opec Plus, ossia i paesi produttori Opec e non Opec, ha cercato disperatamente di far salire i prezzi con risultati altalenanti. L'ostacolo principale è stato Donald Trump e fracker statunitensi che hanno continuato a pompare greggio quasi annullando le mossse dell'Opec Plus.

Lo stesso Fatih Birol, direttore dell'Agenzia internazionale dell'energia (Iea), dopo l'attacco agli impianti sauditi siè detto tranquillo perché il mercato petrolifero rimane "ben fornito" e al momento non c'è bisogno di ricorrere a scorte di emergenza. Birol ha osservato che le riserve di emergenza delle agenzie governative di tutto il mondo ammontano a circa 1,55 miliardi di barili, equivalenti a "15 giorni di domanda globale".