Perché la mossa di Trump contro la Cina è anche un segnale alla Fed

alessandro galiani

La mossa di Donald Trump contro la Cina, la sua minaccia di tassare, dal primo settembre, al 10% altri prodotti cinesi per un valore di 300 miliardi di dollari, non ha soltanto riaperto la guerra dei dazi e fatto sprofondare le Borse. È anche un messaggio rivolto a Jerome Powell affinché la Federal Reserve, dopo la sforbiciata di un quarto di punto ai tassi Usa, di mercoledì scorso, la prima da 10 anni a questa parte, vada avanti e faccia altri, più incisivi e più veloci tagli in futuro.

Anche i mercati si aspettano lo stesso e l'avevano già fatto capire ieri, indebolendo i listini e facendo lievitare il dollaro, proprio per spingere Powell ad accorciare i tempi di un accomodamento monetario, verso il quale un po' tutte le principali banche centrali, Bce inclusa, stanno gradualmente convergendo, per far fronte al rallentamento dell'economia globale.

Powell, a detta del Financial Times, è quello che è più riluttante ad ammorbidire i tassi ed, eventualmente, a far ripartire il Qe. Lo si era capito già a metà giugno, quando è stato Mario Draghi, con il suo discorso di Sintra in Portogallo, ad aprire le danze, dicendosi pronto ad utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione, incluso il Qe, per dare una scossa all'inflazione e far ripartire l'economia. Anche Powell, a quel punto, ha accettato di passare da una politica monetaria reattiva, cioè di risposta alla crisi, a una politica monetaria preventiva, ovvero in grado di prevenire la crisi. Tuttavia, come nota il Ft, Powell deve ancora trovare le parole giuste per comunicare in questo senso ai mercati.

Il problema è che Powell non sa comunicare

Draghi da questo punto di vista è più abile, sa bene come relazionarsi coi mercati, assecondandoli e anticipandoli. Powell è decisamente meno bravo. Dopo le parole di Draghi, a giugno, ha lasciato intendere che avrebbe tagliato i tassi Usa di mezzo punto percentuale, poi ha corretto il tiro e ha optato per un taglio più contenuto di un quarto di punto, ma lo ha fatto goffamente. Dapprima ha spiegato che quella riduzione del costo del denaro "non è l'inizio di una lunga serie di tagli" ma rappresenta "un aggiustamento di metà ciclo economico". Poi, per calmare i mercati e anche per farsi capire meglio, ha dovuto aggiungere che la banca centrale Usa non sta lanciando una serie di nuovi tagli dei tassi ma nemmeno si impegna ad attuarne uno solo, che è un po' come lanciare il sasso e nascondere la mano, ovvero: far finta di nulla e negare di aver commesso un'azione dannosa.

Insomma, Powell è un cattivo comunicatore e si muove in modo decisamente poco 'smart', riluttante ad annunciare nuovi tagli e, nello stesso tempo, poco propenso a scontentare i mercati. Probabilmente è per questo che i mercati, a loro volta, vanno in pressing su di lui, per costringerlo ad essere più 'accomodante'. E che Trump non perde occasione per attaccarlo, avvalorando così il suo ruolo di 'portavoce' dei mercati. Ieri comunque il presidente Usa non si è limitato a bacchettare Powell per la sua mancata azione sui tassi, ha fatto molto di più: ha riaperto la guerra dei dazi con Pechino e, come nota il Financial Times: "La minaccia del presidente contro la Cina potrebbe spingere la banca centrale americana a fare ciò che vuole".

L'effetto sui mercati

Le Borse europee sono state travolte dalla nuova guerra dei dazi e hanno chiuso in profondo rosso sulla scia di Wall Street che ha perso oltre l'1% a poche ore dall'apertura. A Londra L'Ftse 100 arretra del 2,34% a 7.407,06 punti. A Francoforte il Dax scende del 3,11% a 11.872,44 punti e a Parigi il Cac 40 cede il 3,57% a 5.359 punti. A Milano l'Ftse Mib segna -2,41% a 21.046 punti. L'euro ha chiuso in rialzo ed è tornato sopra quota 1,11 dollari. La borsa di New York ha recuperato parte delle perdite a fine seduta: l'indice guida Dow Jones ha perso lo 0,37%, a 26.486,65 punti e il Nasdaq ha ceduto l'1,32%, collocandosi a 8,004,07 punti.