Perché i laureati italiani sono tra i meno pagati in Europa?

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Photo credit: Klaus Vedfelt - Getty Images
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Pochi e poco pagati. È il dramma dei laureati italiani, che da anni lasciano il nostro Paese per cercare (e trovare) fortuna all'estero. Nel delicato equilibrio tra domanda e offerta, né i nostri studenti né quelli stranieri in Italia, che da noi rappresentano appena il 5% contro il 9% di media europea, riescono a trovare una carriera professionale gratificante in linea con i propri profili. E questo nonostante nell’anno accademico 2019/2020 le università abbiano sfornato appena 339.707 laureati, di cui 162.321 al Nord, 78.756 al Centro e 98.630 al Sud-Isole (dati Ocse). Secondo la società di consulenza Mercer i laureati italiani sono tra quelli meno pagati in Europa insieme a polacchi e spagnoli. La retribuzione media è di 28mila euro lordi all'anno, contro i 32mila di un laureato inglese o i 35mila di un francese. Ancora più distanti la Germania, con una media di 50mila l'anno, e la Svizzera con 79mila.

Photo credit: Laurence Dutton - Getty Images
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A fronte di un bene raro come i laureati, gli stipendi continuano a essere nettamente inferiori rispetto agli altri Paesi europei. Se in Italia nel 2016 i 25-64enni laureati e impiegati a tempo pieno guadagnavano il 37% in più rispetto ai lavoratori a tempo pieno con un diploma di scuola superiore, lo scarto di retribuzione tra diplomati e laureati negli altri Paesi d'Europa è del 54%. A dirlo è l’ultimo rapporto della Corte dei Conti sul sistema d’istruzione italiano, che evidenzia questo cronico squilibrio, causa della cosiddetta "fuga di cervelli" all'estero. Una vera disgrazia per il nostro Paese, soprattutto perché non compensata da un analogo afflusso di persone altamente qualificate dall’estero: "il saldo netto è, dunque, negativo".

Photo credit: sturti - Getty Images
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Le limitate prospettive occupazionali, che spingono sempre più laureati a lasciare il Paese (+41,8% rispetto al 2013) si spiegano soprattutto con gli scarsi investimenti nelle competenze tecniche, scientifiche e digitali, benché fondamentali per l’innovazione. "Rispetto alla media Ue, l’Italia ha una percentuale inferiore di laureati in scienze e ingegneria (12,2%, contro 15,5%) e la mancanza di laureati in discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) potrebbe diventare un problema nel prossimo futuro, poiché saranno i settori delle TIC-Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (o “ICT-Information and Communications Technology”), della chimica e dei macchinari a creare la maggior parte dei nuovi posti di lavoro nei prossimi anni".

Photo credit: Tom Werner - Getty Images
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A gravare su un panorama del lavoro già instabile, — lo sappiamo — è stato anche l'arrivo del Covid, che ha penalizzato gli studenti più svantaggiati, ma che potrebbe spingere i governi a rivalutare anche l'allocazione delle risorse disponibili, togliendone al settore dell’istruzione, già sottofinanziato. Si pensi per esempio che "mentre la quota di Pil assegnata all’educazione pre-primaria, primaria e secondaria è sostanzialmente in linea con gli standard europei, la spesa per l’istruzione terziaria è la più bassa dell’Ue, sia in percentuale del Pil (lo 0,3%, contro lo 0,8%), sia in percentuale della spesa pubblica per l’istruzione (il 7,7%, contro il 16,4%). Inoltre, la spesa pubblica per l’istruzione è diminuita complessivamente del 7%, nel periodo 2010-2018, mentre la spesa per l’istruzione superiore, nello stesso periodo, è diminuita del 19%". Internazionalità dei corsi di laurea, maggiori finanziamenti, ma anche valorizzazione dei percorsi tecnici non solo per le scuole professionali, ma anche per i corsi di laurea Stem potrebbero invertire questo esodo di capitale umano altamente qualificato ed evitare di compromette le capacità competitive del Paese.

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