Perché le 'squadre' dei medici anticovid a domicilio non funzionano

·2 minuto per la lettura

AGI. – Sono diversi, oltre al numero esiguo (su 2000 previste ne sono state attivate solo 46), i problemi delle Usca (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), le ‘squadre' di medici a domicilio create con decreto ministeriale a marzo come una sorta di avamposto ‘casalingo' che avrebbe dovuto limitare l'accesso agli ospedali.

“Uno dei principali – spiega all'AGI Alessandra Poma, 29enne guardia medica a Bergamo – è che non si capiscono i criteri in base ai quali devono intervenire”.

"Troppa discrezionalità su quando attivarle"  

Alla giovane dottoressa, come agli altri medici di base e di guardia, spetta il compito di ‘attivare' le Usca: “Ma il punto è che non ci sono criteri precisi su quando farlo, non c'è univocità  e molto dipende dalla discrezionalità del medico con danno sia per chi chiede l'attivazione, sia per chi la riceve”.

In teoria, sono tre le situazioni in cui queste équipe possono dare il loro contributo: in presenza di un ‘fabbisogno sociale', cioè quando una persona vive da sola, e nei casi di media e alta gravità' del quadro clinico. Ma, nella pratica, lamentano i medici delle Usca coi quali Poma si interfaccia ogni giorno, il quadro è confuso e non ci sono precisi dettami a livello clinico, come può essere la febbre più o meno alta o la presenza di patologie correlate.

"Non hanno strumenti in più rispetto ai medici di base"

“C'è poi il tema della mancanza di strumenti  a disposizione delle Usca. L'unica vera differenza rispetto ai medici di base e di guardia è che loro hanno i dispositivi di protezione, ma per il resto hanno le mani legate. I medici delle Usca non hanno la possibilità di attivare, per esempio, le radiografie a domicilio o il supporto degli infermieri. Ciò vuol dire che possiedono gli stessi poteri prescrittivi dei medici di base”.

In generale, spiega Poma, “manca il gioco di squadra, non si può lavorare da soli, bisognerebbe integrarsi coi servizi diagnostici degli  ospedali, gli infermieri, far sì che si attivi un vero supporto a domicilio evitando che le persone vadano in ospedale anche quando non ce n'è bisogno”. 

Poma fa parte del gruppo di medici che si è formato su iniziativa di Pietro Brambillasca, l'anestesista dell'ospedale Papa Giovanni di Bergamo promotore di una raccolta firme di 600 operatori sanitari e di una proposta di riforma del sistema sanitario territoriale.

A Bergamo le Usca sono solo sei, "poche anche perché alcune che c'erano prima alcune sono  state tolte visto il calo dei contagi". A breve, è previsto un bando che selezioni altri medici da destinare aa fronte 'domiciliare' del contrasto all'infezione.