Perché lo scontro tra Usa e Cina su Huawei danneggia le isole Faroe

L'intensificarsi dello scontro economico tra Cina e Stati Uniti rischia di danneggiare uno dei più piccoli Paesi al mondo: le isole Faroe. L'arcipelago subartico, che formalmente fa parte del Regno di Danimarca, è stato finora il secondo al mondo per la qualità della propria rete 4G, seguito solamente dalla Corea del Sud.Negli ultimi quattro anni l'amministrazione delle Faroer ha lavorato al fianco di Huawei per dotare tutte le isole di una delle più ampie coperture 4G e 5G del mondo, in termini di percentuale servita rispetto alla superficie del Paese. Oggi però, la pressione esercitata da parte degli Stati Uniti contro Huawei, accusata di esercitare attività di spionaggio proprio grazie alle reti per le telecomunicazioni che fornisce, potrebbe far sfumare questo progetto.“I Faroesi sono tradizionalmente visti come persone umili, ma in questo sono veramente poco Faroese. Voglio che diventiamo il numero uno al mondo”, ha dichiarato a Politico l'amministratore delegato della statale Faroese Telecom, Jan Ziskasen. Negli ultimi anni la sua azienda ha garantito ai 50 mila abitanti delle 18 isole che costituiscono l'arcipelago una connessione pressoché ininterrotta, che copre anche vaste porzioni di mare e che garantisce la massima affidabilità nelle comunicazioni al largo.Per ottenere questo risultato, Huawei ha avuto l'incarico di installare i ripetitori per la rete 4G per valli e montagne, in modo da coprire una superficie di 277 mila chilometri quadrati e garantire all'intera popolazione una velocità di rete di circa 73 megabyte al secondo (la media globale è di 27,2 megabyte per secondo). Come scrive Politico, questa è sufficiente a effettuare una videochiamata anche mentre si passa in uno dei tunnel sottomarini che collegano alcune delle isole.“Ho investito 120 milioni (di corone danesi) quindi ho davvero bisogno di prove solide, e fino a questo momento non ne ho vista alcuna”, ha dichiarato ancora Ziskasen. Il riferimento è alle ormai quotidiane accuse di spionaggio che gli Stati Uniti scagliano contro l'azienda che ha sede a Shenzen e, secondo le autorità statunitensi, sarebbe soggetta a un controllo diretto da parte del governo cinese, che potrebbe approfittare delle reti telematiche per compiere operazioni di spionaggio ed esfiltrare i segreti industriali dell'Occidente. Accuse severe ma vaghe, dal momento che finora non si è mai vista la “pistola fumante”, e che non c'è alcuna prova concreta di abusi da parte del colosso.Pur se autonome nella gran parte delle decisioni che le riguardano, le isole Faroe dipendono formalmente dalla Danimarca per la Difesa e le Politiche Estere. Dunque anche dalla diplomazia europea, che scontato è a riguardo sembra orientata a limitare l'espansione di Huawei pur senza chiudere tutte le porte a Shenzhen. Di fatto, l'azienda è la più concorrenziale al mondo per la realizzazione di infrastrutture tecnologiche e bandirla vorrebbe dire rimandare la diffusione della rete 5G, ormai necessaria data la sempre crescente quantità di dispositivi connessi.Sotto la pressione degli Stati Uniti, negli scorsi mesi alcuni Paesi hanno dichiarato di voler rivedere i propri accordi con Huawei. In particolare questo ha riguardato i cosiddetti Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito), che sotto l'influenza di Washington - quinto Paese del consesso - hanno istituito delle commissioni indipendenti per valutare l'impiego di tecnologie asiatiche. Tra questi il Regno Unito, che inizialmente aveva dichiarato che avrebbe fatto a meno delle infrastrutture di Huawei, salvo poi cambiare idea in ragione del fatto che “non c'è alcuna motivazione tecnica per bandire” l'azienda, come ha recentemente chiarito il Parlamento di Londra.E per quanto la Casa Bianca faccia pressioni a riguardo, la decisione è evidentemente poco scontata: il colosso cinese ha annunciato pochi giorni fa di voler investire in Italia almeno 2,75 miliardi di euro in tre anni, con l'obiettivo di creare un centro di ricerca. E questo avviene proprio mentre l'azienda sta cercando di salvare più di ottocento dipendenti dalla chiusura di un altro centro, nella Silicon Valley. Evidenziando ancora di più la portata globale della competizione commerciale, nonché le sue ricadute fin negli angoli più remoti del pianeta.

L'intensificarsi dello scontro economico tra Cina e Stati Uniti rischia di danneggiare uno dei più piccoli Paesi al mondo: le isole Faroe. L'arcipelago subartico, che formalmente fa parte del Regno di Danimarca, è stato finora il secondo al mondo per la qualità della propria rete 4G, seguito solamente dalla Corea del Sud.

Negli ultimi quattro anni l'amministrazione delle Faroer ha lavorato al fianco di Huawei per dotare tutte le isole di una delle più ampie coperture 4G e 5G del mondo, in termini di percentuale servita rispetto alla superficie del Paese. Oggi però, la pressione esercitata da parte degli Stati Uniti contro Huawei, accusata di esercitare attività di spionaggio proprio grazie alle reti per le telecomunicazioni che fornisce, potrebbe far sfumare questo progetto.

“I Faroesi sono tradizionalmente visti come persone umili, ma in questo sono veramente poco Faroese. Voglio che diventiamo il numero uno al mondo”, ha dichiarato a Politico l'amministratore delegato della statale Faroese Telecom, Jan Ziskasen. Negli ultimi anni la sua azienda ha garantito ai 50 mila abitanti delle 18 isole che costituiscono l'arcipelago una connessione pressoché ininterrotta, che copre anche vaste porzioni di mare e che garantisce la massima affidabilità nelle comunicazioni al largo.

Per ottenere questo risultato, Huawei ha avuto l'incarico di installare i ripetitori per la rete 4G per valli e montagne, in modo da coprire una superficie di 277 mila chilometri quadrati e garantire all'intera popolazione una velocità di rete di circa 73 megabyte al secondo (la media globale è di 27,2 megabyte per secondo). Come scrive Politico, questa è sufficiente a effettuare una videochiamata anche mentre si passa in uno dei tunnel sottomarini che collegano alcune delle isole.

“Ho investito 120 milioni (di corone danesi) quindi ho davvero bisogno di prove solide, e fino a questo momento non ne ho vista alcuna”, ha dichiarato ancora Ziskasen. Il riferimento è alle ormai quotidiane accuse di spionaggio che gli Stati Uniti scagliano contro l'azienda che ha sede a Shenzen e, secondo le autorità statunitensi, sarebbe soggetta a un controllo diretto da parte del governo cinese, che potrebbe approfittare delle reti telematiche per compiere operazioni di spionaggio ed esfiltrare i segreti industriali dell'Occidente. Accuse severe ma vaghe, dal momento che finora non si è mai vista la “pistola fumante”, e che non c'è alcuna prova concreta di abusi da parte del colosso.

Pur se autonome nella gran parte delle decisioni che le riguardano, le isole Faroe dipendono formalmente dalla Danimarca per la Difesa e le Politiche Estere. Dunque anche dalla diplomazia europea, che scontato è a riguardo sembra orientata a limitare l'espansione di Huawei pur senza chiudere tutte le porte a Shenzhen. Di fatto, l'azienda è la più concorrenziale al mondo per la realizzazione di infrastrutture tecnologiche e bandirla vorrebbe dire rimandare la diffusione della rete 5G, ormai necessaria data la sempre crescente quantità di dispositivi connessi.

Sotto la pressione degli Stati Uniti, negli scorsi mesi alcuni Paesi hanno dichiarato di voler rivedere i propri accordi con Huawei. In particolare questo ha riguardato i cosiddetti Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito), che sotto l'influenza di Washington - quinto Paese del consesso - hanno istituito delle commissioni indipendenti per valutare l'impiego di tecnologie asiatiche. Tra questi il Regno Unito, che inizialmente aveva dichiarato che avrebbe fatto a meno delle infrastrutture di Huawei, salvo poi cambiare idea in ragione del fatto che “non c'è alcuna motivazione tecnica per bandire” l'azienda, come ha recentemente chiarito il Parlamento di Londra.

E per quanto la Casa Bianca faccia pressioni a riguardo, la decisione è evidentemente poco scontata: il colosso cinese ha annunciato pochi giorni fa di voler investire in Italia almeno 2,75 miliardi di euro in tre anni, con l'obiettivo di creare un centro di ricerca. E questo avviene proprio mentre l'azienda sta cercando di salvare più di ottocento dipendenti dalla chiusura di un altro centro, nella Silicon Valley. Evidenziando ancora di più la portata globale della competizione commerciale, nonché le sue ricadute fin negli angoli più remoti del pianeta.