Perché nessuno si intesta il Migliore

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23/09/2021 Roma, il Presidente del Consiglio Mario Draghi partecipa all'Assemblea della Confindustria (Photo: Filippo AttiliAttili/Ufficio Stampa / AGF)
23/09/2021 Roma, il Presidente del Consiglio Mario Draghi partecipa all'Assemblea della Confindustria (Photo: Filippo AttiliAttili/Ufficio Stampa / AGF)

L’appeal di Draghi è fuori discussione. Ha l’applauso di due italiani su tre (fonte Ipsos), addirittura il 40 per cento se lo terrebbe premier a vita. Piace perché fa quello che deve e perché parla di ciò che sa, per adesso onorando gli impegni. Non a tutti l’uomo è simpatico, ci mancherebbe altro; ma perfino chi lo detesta ne riconosce le doti e lo standing sopra la media. Compresi i “vedovi” di Conte, che è tutto dire. Per cui verrebbe da aspettarsi la ressa intorno a un personaggio del genere; una corsa dei partiti a mettersi sulla scia; una gara a identificarsi con i suoi successi, a spartirne la vasta popolarità; tanto più che di veri “crack” in giro se ne vedono pochi e Draghi rappresenta la mosca bianca, potenzialmente capace di spostare l’ago della bilancia in una competizione politica incerta. Ci si aspetterebbe insomma uno sgomitamento furioso per accaparrarselo. Ma, sorprendentemente, nessuno se l’è ancora intestato, né ci sta provando.

Anzi, nei partiti di governo prevale la preoccupazione opposta: di non sembrare troppo “draghisti”, di non essere omologati. Con la scusa di voler dare una mano è tutto un sollecitare Draghi e piantargli paletti (sul reddito di cittadinanza e “quota cento”, salario minimo e tasse di successione) in una legislatura ormai agli sgoccioli. Non un solo leader di maggioranza che trascuri le proprie tifoserie; non uno che si sbilanci dicendo, ad esempio: “Dopo questo governo ci piacerebbe il bis; se Super Mario avrà voglia di restare a Palazzo Chigi, noi siamo pronti a sostenerlo anche dopo le elezioni del 2023”. Sarebbe un atto di generosità e di grande chiarezza. Rassicurerebbe l’Europa, i mercati finanziari e, en passant, anche gli italiani su ciò che li aspetta. Chi lo annunciasse per primo spiazzerebbe i rivali. Li metterebbe sulla difensiva.

Per adesso Letta non si sbilancia, tantomeno Salvini. Non apre bocca Conte, e ne ha i suoi motivi, ma neanche Berlusconi (per quanto Forza Italia certi dubbi non se li porrebbe e, pur di restare al governo con i tre ministri, si terrebbe “Draghi forever”). Come mai nessuno getta il cuore oltre l’ostacolo? Perché traccheggiano invece di farsi un bel selfie con chi potrebbe fargli vincere le prossime elezioni? Il fenomeno è interessante, le spiegazioni possibili una quantità. Con un elemento comune: tutte riconducono ai calcoli delle forze politiche, alle convenienze dei rispettivi leader e, se proprio vogliamo infierire, a una visuale di corto raggio che fa rimpiangere altre stagioni (per chi le ha vissute) in cui la strategia vinceva sulla tattica e la prospettiva sul contingente.

Nessuno si impegna su Draghi, è la prima risposta, perché ciascuno privilegia se stesso. I partiti non vedono l’ora di voltare pagina, di chiudere le larghe intese e di ricominciare a scornarsi, come anelano le curve ultrà e come si conviene peraltro in democrazia. Con l’aggravante di un sistema elettorale (il cosiddetto “Rosatellum”) che in sé riassume il peggio dei due mondi, l’arroganza maggioritaria e la corruttela proporzionale. I vari leader invece hanno in mente il proprio (legittimo) futuro politico. Alcuni, come Letta, come il Cav e come l’Avvocato del popolo, a Palazzo Chigi sono già transitati, ne conservano un magnifico ricordo. È umano che ambiscano a ritornarci considerando Draghi di passaggio, come chiunque approdi a Palazzo Chigi, oltretutto non eletto ma calato da Sergio Mattarella come ultima carta per scongiurare di peggio. Ma, come in “Un sabato italiano”, il peggio sembra essere passato. Al premier partiti e leader potranno concedere come massimo a gennaio una via di fuga sul Colle, se la truppa parlamentare sarà d’accordo; altrimenti alle elezioni arrivederci e grazie.

Ma c’è un’altra possibile spiegazione dell’arcano (e ognuno si sceglie quella che preferisce). Ecco l’ipotesi: chi non vuole affatto schierarsi è Draghi medesimo. Il giorno che si facesse usare, il suo governo sarebbe finito. Perciò fa di tutto per respingere eventuali avances che lo sbilancerebbero da una parte. Non appena qualcuno ci prova, come accadde quando Salvini gli aveva tirato la giacca, l’ex presidente della Bce lo mette in condizione di doversi ricredere. Gli preme mantenere questo suo profilo “super partes”, al servizio delle istituzioni, e fa di tutto per volare sopra le beghe, occupandosene in chiave salomonica solo quando proprio non ne può fare a meno. È la sua tecnica di sopravvivenza che per adesso funziona. “Si sta divertendo moltissimo”, confida un ministro che gli sta gomito a gomito, “chi vorrebbe cacciarlo decisamente meno”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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