Perché si canta sui balconi e si riscopre il patriottismo

Simona Zappulla

La voglia di cantare sui balconi “è una reazione di fronte alla paura”, quasi a voler esorcizzare “l'angoscia che tutti abbiamo”. E il balcone diventa simbolo non tanto di una riscoperta di un senso di comunità, ma il segnale che “il virtuale non basta” e che “serve la presenza fisica per attenuare la tensione”. Lo dice all'AGI Fabio Celi, psicoterapeuta e docente di psicologia clinica all'Università di Pisa, che spiega anche le ragioni di un “ritorno del patriottismo”.

Anche se avverte: ne usciremo, ma certi valori che sembrano tornare in auge adesso “ce li scorderemo. Sarà veloce dimenticare, nel bene e nel male”.   

I flash mob alle 18, appuntamento quotidiano ormai da giorni, nascondono una riscoperta del senso di comunità? Celi spiega che non è proprio così: “Potrebbe in parte essere così, speriamo – risponde all'AGI – ma prevalentemente si tratta di una forma di reazione di fronte a una paura, un'angoscia che è impossibile non avere. E che viene acuita dalle regole di dover stare chiusi in casa, da soli. Regole che vanno rispettate, certo, ma è evidente che in un allarme simile il fatto di non poter incontrarsi impedisce l'attenuazione della tensione e quindi si inventano forme alternative”.

“La cosa interessante – sottolinea invece - è che la Rete con la sua straordinaria potenza non basta. Con il balcone c'è qualcuno di piu umano. Magari sarà scomodo, bisognerà urlare, non si potrà andare oltre i 10 metri ma dimostra che il virtuale non basta”.

E aggiunge: “Potrebbe essere considerato come l'equivalente legale dell'ubriacarsi all'osteria. Noi cantiamo dal balcone ed è meno insano da un punto di vista fisico. E non è un caso che, per quanto assolutamente sbagliato, 10 giorni fa la paura veniva gestita dai ragazzi come ‘apericena', un modo di gestire la paura, insieme”.      

Dall'Inno d'Italia, cantato in tutta Italia dai balconi, ai tricolori appesi alle finestre, si può parlare di un ritorno del patriottismo? “Sì, secondo me c'è un doppio aspetto nel ritorno di un patriottismo. Da una parte, purtroppo, dipende dall'avere un nemico  come durante le guerre o in occasione dei mondiali di calcio, momenti in cui il patriottismo è sempre molto forte. Qui – ricorda – vedere che ci sbeffeggiano, la satira francese con lo sputo sulla pizza, o che non ci danno le mascherine, acuisce il nostro patriottismo. Se tutta Europa fosse stata solidale e unita avremo notato un patriottismo meno forte” sostiene. E poi, prosegue, dall'altra parte “il patriottismo nasce dall'avere il nemico comune a tutti, rappresentato dal coronavirus”.  

 Cosa resterà di tutto questo? Rimarranno questi valori a emergenza finita? “Mentre sono ottimista da un punto di vista medico, di salute, e penso che tutto si risolverà nel migliore dei modi possibili, anche se non sappiamo in quali tempi – risponde Celi - dal punto di vista psicologico sono decisamente pessimista: se nella storia avessimo imparato dagli errori, allora saremmo onniscienti. Ma non è mai successo, non impariamo molto purtroppo… Certo, naturalmente vorrei sbagliarmi, ma penso che quando tutto sarà finito, sarà veloce dimenticare, nel bene e nel male. Ci scorderemo tutto”, conclude.