Perché si dice “avere la coda di paglia”

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Tutti temono le critiche, anche quando queste non hanno ragione d’essere. Figurarsi poi se si ha la consapevolezza di essere in difetto. In altre parole, se si è consci di avere la “coda di paglia”: il timore di essere colti in castagna fa sì che ci si allarmi alla prima allusione sfavorevole, o ci si discolpi senza che qualcuno abbia mosso alcun genere di accusa. O ancora, di che si reagisca impulsivamente a ogni critica o osservazione.

Ma da dove deriva un’espressione tanto curiosa? Una versione ne fa risalire la probabile origine alla pratica medievale di umiliare i nemici sconfitti o i condannati a una qualche pena attaccando loro una coda di paglia. Con essa, i malcapitati dovevano sfilare per la città correndo il rischio che, a ulteriore dileggio, qualcuno le appiccasse fuoco.

Un’altra versione - accreditata come la più attendibile - rintraccia le origini di “coda di paglia” in una favola di Esopo. Protagonista è una volpe, che finendo nella trappola di una tagliola ci lasciò la coda. Provando vergogna per la deturpazione, la bestia non si palesava più. I suoi amici, allora, decisero di costruirle una coda posticcia in paglia. La fecero così bene che, chi fosse all’oscuro dell’incidente, non avrebbe mai sospettato potesse non essere vera.

Poi un giorno un gallo si lasciò scappare il segreto, portando la vicenda della volpe con la coda di paglia alle orecchie dei contadini. I quali, venuti a conoscenza del difetto, decisero di sfruttarlo a loro vantaggio, e accesero così dei fuochi vicino ai pollai per tenere lontana la volpe e impedirle di mangiarsi polli e galline. Sapendo che la paglia prende fuoco in un attimo, l’animale si tenne lontano da lì.

Ecco quindi perché l’espressione indica il comportamento di chi teme ogni possibile critica. Da qui nasce poi il celebre proverbio toscano: “Chi ha la coda di paglia ha sempre paura che gli pigli fuoco”.