Perché Trump vuole che la Fed tagli i tassi

ivana pisciotta
Non è una fissazione, quella di Trump che lamenta costantemente la forza del dollaro nei confronti dell'euro. Un cambio a livelli eccessivi sta rischiando infatti di danneggiare l'economia americana e, questo, il presidente Usa lo sa benissimo. Basti pensare al famoso "Big Mac Index", indicatore dell'Economist che dagli anni Ottanta confronta i prezzi dei diversi Paesi allo scopo di capire l'effettivo tasso di cambio.Attualmente, negli Usa il panino simbolo di McDonald's - il Big Mac, appunto - costa 5,74 dollari, nell'Eurozona 4,08 euro. In soli sei mesi, la differenza è aumentata del 17%. Se si confrontano le due valute, l'euro dovrebbe quindi essere scambiato a più di 1,40 dollari e invece è notevolmente più basso. Vuol dire cioè che la moneta americana risulta notevolmente sopravvalutata rispetto a quella europea. E questo è un problema.Un dollaro forte penalizza le esportazioni e rende poco competitivo il sistema: a questo si aggiunge il fatto che la banca centrale americana ha attuato una raffica di rialzi dei tassi di interesse negli ultimi anni mentre la Bce ha sfornato una serie di stimoli monetari per centrare l'obiettivo dell'inflazione. Il costo del denaro negli Usa è insomma più alto. Gli effetti sulle valute sono stati che, mentre l'euro si è deprezzato per la politica monetaria ultra-accomodante dell'Eurotower, il dollaro, per dirla con le parole di Trump, è diventato "troppo forte". A più riprese il presidente Usa, anche con espressioni colorite, ha spronato la Fed ad agire sul fronte dei tassi per sostenere la valuta americana e impedire il suo eccessivo apprezzamento. Per gli analisti, il presidente non ha avuto torto: appena la Fed ha accennato alla possibilità che nella prossima riunione del direttivo - e ci siamo praticamente arrivati, è il 30-31 luglio prossimi - si darà luogo ad una prima sforbiciata ai tassi, alla Bce il presidente ha ricominciato a parlare di allentamento monetario, e in prospettiva di un nuovo Quantitative Easing.Non è un caso: se l'euro si apprezzasse nei confronti del dollaro, l'economia del Vecchio Continente subirebbe un contraccolpo perché non è solida come quella americana, e un crollo delle esportazioni avrebbe effetti devastanti in un momento peraltro di piena stagnazione. Non potrebbe venire in soccorso nemmeno la leva fiscale che non è utilizzabile dai singoli governi e a livello centrale praticamente non esiste. Cosa potrebbe fare la FedE nel frattempo, in attesa che la Fed si muova appunto in direzione di un taglio, Trump minaccia le maniere forti, cioè ipotizza di imporre dazi sulle merci europee, a partire dalle auto, bypassando così il problema del cambio euro-dollaro. E non risparmia dure critiche alla Bce, colpevole a suo giudizio di usare la politica monetaria per rendere piu' competitiva l'economia dell'eurozona alle spese degli Stati Uniti. Per questo il suo obiettivo è quello di ridurre il valore del dollaro, ed è per questo che le attenzioni dei mercati sono ora puntate sulle prossime mosse della Fed. A seconda del taglio dei tassi che la banca guidata da Jerome Powell deciderà, si avrà un riflesso innanzitutto sui cambi. Secondo i calcoli degli analisti ad esempio se, come sembra scontato, il taglio sarà dello 0,25%, da quota 1,12 che (piu' o meno) è il livello attuale di euro-dollaro, si potrebbe arrivare a 1,20 nel medio termine anche perché i mercati hanno già scontato una mossa di questo tipo. E se invece la riduzione dovesse essere dello 0,50%, le quotazioni dell'euro potrebbero risalire in misura ancora piu' decisa.Viceversa, l'effetto potrebbe attenuarsi qualora la Fed tagli dello 0,25% ma dia solo indicazioni di una politica monetaria più accomodante nel prossimo futuro: in tal caso, le quotazioni dell'euro potrebbero di poco superare i 1,20, in attesa di futuri segnali. In sintesi, i prossimi passi che verranno compiuti saranno decisivi per gli equilibri tra le due valute più importanti del mondo. La "guerra segreta" delle banche centraliUn analista di Bank Of America sostiene a questo proposito che le banche centrali si trovano in questo momento invischiate in una specie di guerra "segreta", che mira a trasformare i rapporti di cambio, e che si riflette ovviamente anche tra le due economie più grandi, Usa ed Europa. I mercati non stanno a guardare: lo dimostra con le ultime dichiarazioni di Mario Draghi che in misura esplicita ha ipotizzato una nuova iniezione di liquidità nel sistema, abbiano subito avuto effetti sul mercato con il cambio euro/dollaro in picchiata.Ma, valute a parte, un intervento della Fed in direzione di un ribasso dei tassi appare ora ineludibile alla luce del rallentamento dell'economia americana: la banca centrale Usa, visto il mutamento del contesto macroeconomico, a questo punto dovrebbe cambiare rotta e tornare ad una politica monetaria espansiva che determinerà, giocoforza, una svalutazione del dollaro.In realtà, un taglio dello 0,25% nel direttivo della prossima settimana appare la strada più probabile anche se ancora non si conoscono nel lungo termine le reali intenzioni della Fed e nemmeno della Bce: per questo in vista di un taglio dei tassi americani, l'istituto di Francoforte ha aperto all'ipotesi a sua volta di un nuovo Quantitative Easing, cioè ad una immissione di liquidità sul mercato, ma senza fornire dettagli sul come nè sul quando. Ognuno guarda le mosse dell'altro. E nessuno vuole una moneta forte.

Non è una fissazione, quella di Trump che lamenta costantemente la forza del dollaro nei confronti dell'euro. Un cambio a livelli eccessivi sta rischiando infatti di danneggiare l'economia americana e, questo, il presidente Usa lo sa benissimo. Basti pensare al famoso "Big Mac Index", indicatore dell'Economist che dagli anni Ottanta confronta i prezzi dei diversi Paesi allo scopo di capire l'effettivo tasso di cambio.

Attualmente, negli Usa il panino simbolo di McDonald's - il Big Mac, appunto - costa 5,74 dollari, nell'Eurozona 4,08 euro. In soli sei mesi, la differenza è aumentata del 17%. Se si confrontano le due valute, l'euro dovrebbe quindi essere scambiato a più di 1,40 dollari e invece è notevolmente più basso. Vuol dire cioè che la moneta americana risulta notevolmente sopravvalutata rispetto a quella europea. E questo è un problema.

Un dollaro forte penalizza le esportazioni e rende poco competitivo il sistema: a questo si aggiunge il fatto che la banca centrale americana ha attuato una raffica di rialzi dei tassi di interesse negli ultimi anni mentre la Bce ha sfornato una serie di stimoli monetari per centrare l'obiettivo dell'inflazione. Il costo del denaro negli Usa è insomma più alto. Gli effetti sulle valute sono stati che, mentre l'euro si è deprezzato per la politica monetaria ultra-accomodante dell'Eurotower, il dollaro, per dirla con le parole di Trump, è diventato "troppo forte". 

A più riprese il presidente Usa, anche con espressioni colorite, ha spronato la Fed ad agire sul fronte dei tassi per sostenere la valuta americana e impedire il suo eccessivo apprezzamento. Per gli analisti, il presidente non ha avuto torto: appena la Fed ha accennato alla possibilità che nella prossima riunione del direttivo - e ci siamo praticamente arrivati, è il 30-31 luglio prossimi - si darà luogo ad una prima sforbiciata ai tassi, alla Bce il presidente ha ricominciato a parlare di allentamento monetario, e in prospettiva di un nuovo Quantitative Easing.

Non è un caso: se l'euro si apprezzasse nei confronti del dollaro, l'economia del Vecchio Continente subirebbe un contraccolpo perché non è solida come quella americana, e un crollo delle esportazioni avrebbe effetti devastanti in un momento peraltro di piena stagnazione. Non potrebbe venire in soccorso nemmeno la leva fiscale che non è utilizzabile dai singoli governi e a livello centrale praticamente non esiste.

Cosa potrebbe fare la Fed

E nel frattempo, in attesa che la Fed si muova appunto in direzione di un taglio, Trump minaccia le maniere forti, cioè ipotizza di imporre dazi sulle merci europee, a partire dalle auto, bypassando così il problema del cambio euro-dollaro. E non risparmia dure critiche alla Bce, colpevole a suo giudizio di usare la politica monetaria per rendere piu' competitiva l'economia dell'eurozona alle spese degli Stati Uniti. Per questo il suo obiettivo è quello di ridurre il valore del dollaro, ed è per questo che le attenzioni dei mercati sono ora puntate sulle prossime mosse della Fed. 

A seconda del taglio dei tassi che la banca guidata da Jerome Powell deciderà, si avrà un riflesso innanzitutto sui cambi. Secondo i calcoli degli analisti ad esempio se, come sembra scontato, il taglio sarà dello 0,25%, da quota 1,12 che (piu' o meno) è il livello attuale di euro-dollaro, si potrebbe arrivare a 1,20 nel medio termine anche perché i mercati hanno già scontato una mossa di questo tipo. E se invece la riduzione dovesse essere dello 0,50%, le quotazioni dell'euro potrebbero risalire in misura ancora piu' decisa.

Viceversa, l'effetto potrebbe attenuarsi qualora la Fed tagli dello 0,25% ma dia solo indicazioni di una politica monetaria più accomodante nel prossimo futuro: in tal caso, le quotazioni dell'euro potrebbero di poco superare i 1,20, in attesa di futuri segnali. In sintesi, i prossimi passi che verranno compiuti saranno decisivi per gli equilibri tra le due valute più importanti del mondo.

La "guerra segreta" delle banche centrali

Un analista di Bank Of America sostiene a questo proposito che le banche centrali si trovano in questo momento invischiate in una specie di guerra "segreta", che mira a trasformare i rapporti di cambio, e che si riflette ovviamente anche tra le due economie più grandi, Usa ed Europa. I mercati non stanno a guardare: lo dimostra con le ultime dichiarazioni di Mario Draghi che in misura esplicita ha ipotizzato una nuova iniezione di liquidità nel sistema, abbiano subito avuto effetti sul mercato con il cambio euro/dollaro in picchiata.

Ma, valute a parte, un intervento della Fed in direzione di un ribasso dei tassi appare ora ineludibile alla luce del rallentamento dell'economia americana: la banca centrale Usa, visto il mutamento del contesto macroeconomico, a questo punto dovrebbe cambiare rotta e tornare ad una politica monetaria espansiva che determinerà, giocoforza, una svalutazione del dollaro.

In realtà, un taglio dello 0,25% nel direttivo della prossima settimana appare la strada più probabile anche se ancora non si conoscono nel lungo termine le reali intenzioni della Fed e nemmeno della Bce: per questo in vista di un taglio dei tassi americani, l'istituto di Francoforte ha aperto all'ipotesi a sua volta di un nuovo Quantitative Easing, cioè ad una immissione di liquidità sul mercato, ma senza fornire dettagli sul come nè sul quando. Ognuno guarda le mosse dell'altro. E nessuno vuole una moneta forte.