Perché una notizia falsa è definita “bufala”?

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Oggi si chiamano “fake news”, o semplicemente “fake”. Ed è naturale che sia così, vista la diffusa tendenza - tutt’altro che elogiabile, pensiamo noi - di usare termini inglesi al posto degli equivalenti italiani. Per esempio, “spoilerare”, tratto da spoiler, cioè il testo che anticipa i punti salienti della trama di un film o di una serie tv: così tanto utilizzato da essere diventato di fatto il sostituto del nostro caro, semplice “rivelare”.

Fake news, dicevamo; cioè le notizie prive di fondamento. O meglio, fondate su un errore o su una falsità. Un tempo le conoscevamo come “bufale”, e qualcuno ancora c’è che preferisce richiamarsi ai noti bovini invece che pescare nel dizionario di inglese. Ma, appunto, cosa c’entrano gli animali da cui nasce la celebre e buonissima mozzarella?

Un errore grossolano o una notizia del tipo di cui parliamo si riferiscono all’uso figurato della parola “bufalo” poiché così si indica una persona stolta, ignorante o goffa. Il termine è in uso dal Rinascimento, ed è la radice di locuzioni popolari come “menare qualcuno per il naso come un bufalo”. Insomma, il bufalo è lo stupido, e di conseguenza la bufala è una stupidaggine.

Il termine non è l’unico che richiama il mondo animale per indicare qualcosa di fallace. Si pensi alla “papera” del portiere nel calcio, o al “prendere un granchio” come metafora di un’esperienza dolorosa qual è quella di confondersi o sbagliarsi clamorosamente. O ancora, al “farfallone” che, come l’insetto, si muove in modo confuso e senza una traiettoria precisa.