##Perché von der Leyen ha maggioranza forte e non rischia cadute

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Roma, 17 lug. (askanews) - di Lorenzo Consoli

Strasburgo, 17 lug. (askanews) - L'elezione, al Parlamento europeo ieri a Strasburgo, di Ursula von der Leyen a presidente della futura Commissione europea, con soli nove voti in più della soglia richiesta, è stato interpretato da molti in Italia e in Europa come un mezzo successo, una vittoria di Pirro ottenuta con una maggioranza fragile e precaria che non resisterà a lungo e porterà presto alla caduta del nuovo Esecutivo Ue; oppure lo renderà ostaggio di condizionamenti da parte di forze che non ne sostengono il programma. Ma la realtà è molto diversa.

Sono interpretazioni che partono da un errore di fondo: assimilare la dinamica maggioranza opposizione e gli equilibri politici del Parlamento europeo, nel suo rapporto con la Commissione, al normale funzionamento del rapporto fra i parlamenti nazionali e i governi che esprimono.

Pensare che, avendo von der Leyen ottenuto una maggioranza "risicata" rispetto alla soglia richiesta, la sua Commissione potrà facilmente "andar sotto" sui provvedimenti legislativi e rischiare quindi di essere facilmente "sfiduciata" dal Parlamento europeo quando sarà palese questa sua debolezza è, fondamentalmente, una sciocchezza.

Intanto, la Commissione non è un governo: è un organismo collegiale intrinsecamente pluralista, con membri che provengono da tutto lo spettro delle famiglie politiche rappresentate in tutti i governi nazionali, e adotta decisioni e misure, e fa proposte legislative, in base a un programma non identificabile con una sola tendenza o ideologia politica.

In secondo luogo, nel Parlamento europeo "non c'è un centro politico", come ha confessato di aver scoperto la settimana scorsa, con sua sua grande sorpresa, proprio Ursula von der Leyen. Che cosa significa? Vuol dire che le maggioranze sono variabili, lontanissime dalle logiche di coalizione alla tedesca. Dipendono molto dai soggetti in discussione in un momento specifico, da alleanze temporanee, tattiche e quasi mai strategiche, fra i diversi gruppi politici. Sono alleanze finalizzate al raggiungimento di obiettivi specifici e limitati, e poi "liberi tutti". Non c'è, a Strasburgo, una "maggioranza di governo", stabile, che garantisce che passino tutte le misure dell'Esecutivo, e un'opposizione che si oppone sempre, "a prescindere", a tutte le decisioni a cui comunque non partecipa.

Le decisioni legislative, in particolare, sono il frutto di negoziati in cui sono coinvolte quasi sempre tutte le forze politiche, con la sola eccezione di quelle anti europee o anti sistema, come gli euroscettici di Nigel Farage o l'estrema destra sovranista di Marine Le Pen e di Salvini.

Per ogni fascicolo legislativo, i negoziati si svolgono fra il relatore ufficiale e i "relatori ombra" di ciascun gruppo; e non è raro che l'accordo finale, da negoziare poi con gli Stati membri in Consiglio Ue, rispecchi quest'approccio pluralista e sia appoggiato come un compromesso accettabile da quattro o cinque gruppi su sette. E' successo, per fare un esempio, con la proposta di riforma del regolamento di Dublino sull'Asilo, a fine 2017, che ha ottenuto 390 voti a favore, 175 contro e 44 astenuti (anche se il testo è stato poi bloccato dal Consiglio Ue).

Ma la più importante differenza rispetto alle dinamiche parlamentari nazionali è che, secondo le regole stabilite dai Trattati Ue, ci sono tre diverse soglie di maggioranza che entrano in gioco nel rapporto fra la Commissione e l'Europarlamento: la maggioranza assoluta dei membri dell'Assemblea, a voto segreto, per "eleggere" il presidente designato dell'Esecutivo comunitario; la maggioranza semplice (dei presenti) con voto palese e appello nominale per il voto di fiducia all'intera Commissione; una doppia maggioranza (due terzi dei voti espressi, che rappresentino almeno il 50% +1 dei membri dell'Assemblea), con appello nominale, per una mozione di sfiducia.

Le decisioni legislative, invece, passano al Parlamento europeo con la maggioranza semplice dei voti espressi. Con una eccezione: quando si vuole riconfermare in seconda lettura emendamenti già presentati in prima lettura e che il Consiglio Ue poi ha respinto; in questo caso, è richiesta la maggioranza assoluta. Ma è sempre più raro che si verifichi questa situazione, perché quasi tutte le decisioni vengono ormai prese con accordi negoziati in "trilogo" in prima lettura.

Dunque, ricapitolando: 1) von der Leyen ha già superato lo scoglio maggiore sulla rotta della sua navigazione per i prossimi cinque anni: la maggioranza assoluta per la sua elezione; 2) far passare l'intera nuova Commissione al voto di fiducia (in ottobre) è molto più facile; 3) se il Parlamento europeo bocciasse uno o più commissari singolarmente alle audizioni, von der Leyen dovrebbe semplicemente sostituirli e presentarne altri; 4) se tutta la Commissione non passasse al voto di fiducia di Strasburgo, von der Leyen resterebbe al suo posto e dovrebbe semplicemente riprovarci con una nuova "squadra"; 5) una volt insediata la nuova Commissione, per far passare le proprie proposte legislative le basterebbe la maggioranza semplice, ben inferiore ai 383 voti ottenuti da von der Leyen; e comunque è normale che la legislazione proposta venga emendata anche in profondità, senza che questo metta a rischio l'Esecutivo; 6) solo una mozione di sfiducia con una doppia maggioranza, difficilissima da ottenere, può far cadere la Commissione; un evento mai verificatosi nella storia dell'Ue (la Commissione Santer cadde a seguito delle proprie dimissioni), e possibile solo in casi gravissimi e oggi inimmaginabili.

A tutto questo bisogna aggiungere che la maggioranza ottenuta da von der Leyen (che come si è visto non è poi così fragile), è molto inferiore a quella "potenziale" che la presidente della Commissione potrebbe avere sulle singole decisioni legislative del suo programma, se venisse recuperato almeno in parte il sostegno dei molti Socialisti, dei molti Popolari e di qualche Liberale, che non l'hanno votata. E bisogna dimenticare i Verdi, che si sono opposti apertamente alla presidente eletta della Commissione, ma assicurando che resteranno "aperti" alle proposte che considereranno positivamente o migliorabili; la Commissione cercherà il loro sostegno soprattutto in campo ambientale e sociale, sulla tutela dello stato di diritto e sul miglioramento dei meccanismi democratici dell'Unione.