Covid-Italia, perché non stiamo come sei mesi fa

Luciana Matarese
·Giornalista
·3 minuto per la lettura
(Photo: Stefano Guidi via Getty Images)
(Photo: Stefano Guidi via Getty Images)

23 marzo, 11 aprile. I dati dei nuovi contagi registrati ieri - 4458 nuovi positivi, 22 morti, 128.098 tamponi, altri 21 ricoverati in terapia intensiva - hanno scatenato la corsa a risalire, a ritroso, ai giorni più critici dell’emergenza. Cifre più o meno simili - almeno per quel che riguarda i nuovi contagi - erano state rilevate sabato 11 aprile. Sul bollettino della Protezione civile risultavano 4614 ulteriori positivi e il capo della Protezione civile Angelo Borrelli spiegò che i tamponi effettuati erano stati 56.000. I pazienti in terapia intensiva erano 3381, 619 i morti, 3381 i pazienti ricoverati in terapia intensiva. Sui social, invece, gira la foto di un foglietto scritto a penna che riporta i dati del 23 marzo, quando i nuovi casi furono 4789, i morti 602, i tamponi effettuati 17.066 e i ricoverati in terapia intensiva salirono a 3204 dai 3009 del giorno precedente.

Siamo tornati a sei, sette mesi fa? Non esattamente.

Provando ad andare un po’ oltre i numeri - ma l’unica analogia sta nei nuovi casi rilevati - e risalendo al contesto, ci si rende conto che lo scenario è diverso. Completamente. A partire dal fatto, non poco rilevante, che allora - 23 marzo, 11 aprile - il Paese era in pieno lockdown e quindi bar, locali, uffici, scuole erano chiusi.

Un altro elemento di differenza sta nel fatto che i tamponi allora si facevano solo ai sintomatici, mentre oggi vengono fatti anche a chi di sintomi ne ha pochi o non ne ha affatto - “gli asintomatici e i paucisintomatici” di cui parlano scienziati e tecnici. Il che, ovviamente, aumenta la probabilità di individuare persone contagiate dal Sars Cov2. Oggi, a differenza di quanto accadeva sei o sette mesi fa, diffuso in tutto il Paese.

Non a caso, nella conferenza stampa in Protezione Civile, allora appuntamento consueto, ogni giorno alle 18, il 23 marzo il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro sottolineando “la forte circolazione del virus nelle regioni del Nord, spiegò che “la scommessa, nel nostro Paese, è fare in modo che queste curve epidemiche - al cui innalzamento allora contribuivano i contagi rilevati in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, ndr - non si riproducano nelle regioni del Sud”. Scommessa persa: oggi, infatti, il virus circola in tutto il Paese e le condizioni di alcune regioni del Sud, prima tra tutte la Campania, preoccupano non poco. Come quello che, se prosegue l’andamento attuale, potrebbe accadere di qui a due settimane.

Non si possono fare paragoni tra le cifre attuali e quelle di marzo - aprile per una ragione molto semplice - spiega ad HuffPost Giorgio Sestili, fisico, fondatore e curatore insieme ad altri analisti della pagina Facebook Coronavirus: Dati e analisi scientifiche - Oggi sappiamo con certezza che i dati che si registravano sette otto mesi fa erano cinque sei volte di più. I 150.000 test effettuati nella campagna di sieroprevalenza realizzata da Istat Ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità hanno dimostrato che a fronte di 230.000 positivi registrati ufficialmente in Italia si è contagiato 1 milione e mezzo di persone. Quindi i dati di marzo aprile sono del tutto sottostimati.

Inoltre - prosegue Sestili - è cambiata in termini percentuali la letalità del virus. Allora era intorno al 14%, in estate è scesa sotto l1% oggi è compresa tra 0,65 e 1%. E poi oggi c’è una dinamica di diffusione completamente diversa, il virus circola in tutto il Paese, non ci sono regioni con zero contagi”.

E le proiezioni sono tutt’altro che rassicuranti. “La preoccupazione sulla situazione di oggi - fa notare Sestili - riguarda la certezza che laumento dei nuovi contagi si tradurrà in un incremento dei ricoverati negli ospedali e nelle terapie intensive e dei morti. Guardando a quello che potrebbe accadere se landamento resta quello attuale, partendo dalla considerazione che il virus ha tempi di raddoppio intorno ai 15 giorni, si può ipotizzare - conclude Sestili - che tra 2 settimane potremmo arrivare a registrare 10.000 nuovi casi al giorno.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.