Perso il 40% degli alberi, metà dei sopravvissuti è a rischio (di A.S. Dolcetti)

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Group of people embracing tree trunks in the forest (Photo: SimonSkafar via Getty Images)
Group of people embracing tree trunks in the forest (Photo: SimonSkafar via Getty Images)

(di Anna Stella Dolcetti)

Gli alberi si estinguono a una velocità doppia rispetto al ritmo con cui perdiamo le specie animali. E in Italia sono già a rischio il 5% delle varietà. Questi i numeri contenuti nel report State of the World’s Trees, appena pubblicato, frutto di 5 anni di ricerca da parte di un network globale di 60 partner istituzionali e 500 studiosi guidati dalla Botanic Gardens Conservation International, charity con sede in Uk e il cui patrono è il principe Carlo d’Inghilterra.

Quasi 20.000 specie potrebbero scomparire per sempre nei prossimi anni. Un numero pari al 30% delle 60.000 specie di alberi attualmente conosciute. Già 142 sono risultate perdute. Sono dati che non tengono conto di numerose specie presenti in aree del globo attualmente inaccessibili e delle molte ancora da scoprire (si calcolano fino a 12.400 specie in più), e che potrebbero perciò salire ancora. Gli scienziati stimano una perdita di specie fino al 51%. Nella scala di valutazione dello stato di conservazione, che va dall’estinzione all’assenza di rischio, solo il 41% delle specie si trova oggi in una situazione considerata sicura e il 7,1% è già uno stato di rischio intermedio.

La distruzione degli habitat, ovvero la rimozione della vegetazione, la degradazione e la frammentazione delle foreste esistenti, è una minaccia seria: a livello globale negli ultimi 300 anni abbiamo perso il 40% della superficie forestale, un dato che sale al 90% in ben 29 Paesi. Una distruzione spesso legata alla produzione di beni la cui domanda aumenta sempre di più a livello globale. Uno studio del World Resources Institute pubblicato a febbraio indica come sette attività in particolare (l’allevamento di bovini, la coltivazione di soia, di palma da olio, cacao, gomma e caffè e la produzione di legname) siano da sole responsabili di un quarto della perdita globale di copertura forestale.

Lo sfruttamento diretto, ovvero il disboscamento per ottenere legname (tra i beni naturali più preziosi, stima la FAO, con un valore annuale delle esportazioni pari a 270 miliardi di dollari) e per fare spazio ai pascoli, minaccia oltre 8.000 varietà di alberi. L’espansione delle colture intensive e delle monocolture mette a rischio il 29% delle specie. A seguire, l’avanzamento dei centri abitati (13%), gli incendi (13%), le attività minerarie e la produzione di energia (9%) e i cambiamenti climatici (4%). Gli alberi vengono minacciati dal mutare delle temperature e dagli eventi estremi (inclusi cicloni e uragani, che possono spazzare via intere foreste nel giro di qualche ora). Oltre il 20% delle specie dell’emisfero boreale è a rischio a causa dell’innalzamento delle temperature, che ne rallenta o ne rende impossibile la crescita. Tra i rischi più sottovalutati c’è la coltivazione di specie “aliene”, che rischiano di entrare in contrasto con le specie locali, minando i delicati equilibri degli ecosistemi.

Inoltre, non sempre la deforestazione è frutto di concessioni. Una buona parte è abusiva. Ogni anno oltre 300 milioni di metri cubi di legname vengono estratti da aree naturali che dovrebbero essere protette, un danno che minaccia soprattutto gli ecosistemi tropicali. Sono più di 100 milioni di alberi tagliati. L’Interpol stima che il valore dei crimini forestali, inclusa la deforestazione illegale, oscilli ogni anno tra i 51 e i 152 miliardi di dollari.

Tutto è perduto dunque? La scienza ci dice di no. Abbiamo a disposizione delle linee guida per invertire la rotta. Innanzitutto, puntare sulla tutela delle aree naturali. Il 64% delle specie si trova al loro interno. Mentre molte specie minacciate sono in zone dove manca un piano sostenibile per l’utilizzo delle risorse. Ne è un esempio l’Australia, Paese dalla biodiversità ricchissima che, avvertono gli scienziati, rischia di veder scomparire il 54% dei suoi eucalipti a causa delle concessioni riservate all’agricoltura intensiva. Con conseguenze a valanga sulla conservazione di specie simbolo, come il koala, che si nutrono esclusivamente delle foglie di questi arbusti. Una situazione che potrebbe verificarsi anche altrove: gli alberi costituiscono infatti l’habitat per almeno il 50% delle specie animali attualmente presenti sul nostro pianeta.

Il patrimonio locale è spesso unico e non replicabile. La Nuova Caledonia detiene il record: il 90% degli alberi è autoctono. Si tratta di specie che non possiamo trovare in nessun’altra parte del mondo, e che dunque, se non tutelate, rischiano di scomparire per sempre. Anche per questo, è importante avere un “piano B”, rafforzando il ruolo di orti botanici e di istituzioni, come le banche dei semi, che possano occuparsi di conservarne almeno un esemplare.

Iniziative locali, dunque, unite al coordinamento globale. Il piano strategico delle Nazioni Unite per le foreste 2017-2030 ha obiettivi chiari: invertire la perdita di copertura forestale in tutto il mondo attraverso una gestione forestale sostenibile, valorizzandone i benefici economici, sociali e ambientali; aumentare la superficie delle aree protette; mobilitare nuove risorse finanziarie a sostegno; rafforzare la governance di queste aree e migliorare la cooperazione e le sinergie a livello internazionale e locale. Molti progetti internazionali puntano inoltre sull’educazione della popolazione. Come l’iniziativa Global Trees Campaign (GTC) che in 20 anni ha formato oltre 10.000 persone sull’importanza della tutela degli ecosistemi, riducendo il livello di rischio di oltre 200 specie in più di 50 Paesi, piantando 700.000 alberi appartenenti a oltre 300 varietà diverse e riscoprendo una specie che si credeva ormai estinta.

Conservare il patrimonio forestale significa anche tutelare la salute a livello globale. Non solo perché gli alberi purificano l’aria, sequestrando CO2 e rilasciando ossigeno e svolgeranno perciò, secondo gli scienziati, un ruolo cruciale nella lotta ai cambiamenti climatici. Ma anche perché, grazie alla loro biodiversità, forniscono altri importanti servizi ecosistemici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute di 8 persone su 10 nel mondo dipende ancora da medicinali “botanici”: molti principi attivi derivano o sono estratti dagli alberi (il 10% delle specie è utilizzato a questo scopo). Molti altri restano da scoprire e studiare. Un patrimonio che rischia di scomparire ancor prima di aver espresso il proprio potenziale.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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