I pescatori mazaresi sequestrati in Libia sono tornati a casa

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AGI - Dopo un sequestro lungo 108 giorni i 18 pescatori bloccati in Libia sono arrivati nel porto di Mazara del Vallo. "La gente come noi non molla mai". Con questo coro i 18 pescatori sono entrati all'interno del porto questa mattina sui due pescherecci Antartide e Medinea che sono attraccati sulla banchina "Ruggero Settimo". Al loro arrivo i familiari, sistemati in un gazebo di fronte ai motopesca, li hanno accolti con un lungo applauso, da decine di palloncini rosa che sono volati in aria al loro sbarco e da un lungo suono delle sirene dei motopescherecci di Mazara fermi nel porto. 

Il personale sanitario, formato da Croce rossa, associazioni della protezione civile e dall'Usca dell'Asp di Trapani, sono saliti a bordi e hanno eseguito il tampone rapido anti-Covid risultato negativo per tutti. Ora lì attende l'esito del tampone molecolare che arriverà tra 5/6 ore. Dopo tre mesi e mezzo i pescatori hanno quindi potuto riabbracciare i propri cari: lunghi abbracci tra madri, mogli, figli, fratelli e sorelle, che hanno accolto definitivamente i marittimi. E non sono mancate la lacrime. 

Storia di un sequestro iniziato il 1° settembre 2020

Tutto è cominciato il primo settembre di quest'anno, oltre cento giorni fa. Per 108 lunghi giorni diciotto pescatori - otto tunisini, sei italiani, due indonesiani e due senegalesi - sono stati trattenuti in Libia. Erano a bordo di due pescherecci di Mazara del Vallo, "Antartide" e "Medinea", sequestrati dalle motovedette libiche. L'accusa avanzata dalle autorità di quel Paese, è di avere violato le acque territoriali, pescando all'interno di quella che ritengono essere un'area di loro pertinenza, in base a una convenzione che prevede l'estensione della Zee (zona economica esclusiva) da 12 a 74 miglia. Nei giorni seguenti al sequestro le milizie di Haftar hanno contestato, in modo infondato, anche il traffico di droga. Inoltre nel corso delle trattative sarebbe stata avanzata la richiesta di uno 'scambio di prigionieri', chiedendo l'estradizione di quattro calciatori libici condannati in Italia come scafisti di una traversata in cui morirono 49 migranti.

I calciatori-scafisti condannati in Italia

Uno strano caso questo dei calciatori-scafisti. Condannati a 30 anni di carcere dalla giustizia italiana, ma conosciuti in Libia come giovani promesse del calcio. Sono stati condannati dalla corte d'assise di Catania e poi dalla corte d'appello etnea, con l'accusa di aver fatto parte del gruppo di scafisti responsabili della cosiddetta 'Strage di Ferragosto' del 2015 in cui morirono 49 migranti. La notte della 'Strage' avrebbero contribuito con "calci, bastonate e cinghiate" per bloccare i migranti nella stiva dell'imbarcazione.

Nel corso del processo, la loro vicenda era stata monitorata dall'ambasciata libica in Italia, partecipando anche ad alcune udienze al Tribunale di Catania. I quattro raccontarono ai giudici di aver pagato per quel viaggio, ricostruendo la loro versione, come Al Monsiff che disse di "giocare a calcio nella serie A" e "aveva deciso di andare in Germania per avere un futuro, impossibile in Libia a causa della guerra". Durante il dibattimento i legali dei quattro imputati sollevarono anche alcune anomalie nel loro riconoscimento, avvenuto attraverso delle interviste ai 313 sopravvissuti di quel viaggio, giunti a Catania a bordo della Siem Pilot il 17 agosto 2015. I familiari hanno protestato più volte a Mazara, in piazza, davanti alla casa del ministro alla Giustizia, a Montecitorio, incatenandosi, chiedendo anche l'intervento dei corpi speciali, e si riteneva possibile una soluzione proprio a ridosso del Natale.   

L'impegno del Governo italiano

Il 16 dicembre il ministro per agli Affari esteri, Luigi Di Maio, assicurava che il governo italiano ce la sta "mettendo tutta" per riportare a casa i pescatori di Mazara imprigionati dalle autorità libiche: "Non ho dimenticato in questo momento difficile i nostri pescatori in Libia e voglio dire che ce la stiamo mettendo tutta e stiamo continuando a lavorare". Fino alla svolta di giovedì 17 dicembre: un volo 'liberatorio' - a bordo anche il premier Giuseppe Conte - con destinazione Bengasi.