Pessina (Università Cattolica): da Consulta istigazione a suicidio

Cro/Ska

Roma, 26 set. (askanews) - "Bisogna avere il coraggio di dirlo con estrema chiarezza: ogni legittimazione legale e culturale del suicidio assistito è un'implicita e sottile istigazione al suicidio perché insinua l'idea che in fondo sia meglio morire che vivere in certe condizioni, avalla le pulsioni di morte delle persone più fragili ed esposte, non contrasta la percezione di molti malati di sentirsi 'inutili' e di essere un 'peso' economico, sociale, psicologico, che grava su chi li assiste". Lo afferma Adriano Pessina, docente di Filosofia morale, facoltà di Scienze della formazione, campus di Milano dell'Università Cattolica, in una nota a commento della decisione della Corte costituzionale.

I criteri individuati dalla Consulta "sono del resto persino inapplicabili al caso del DJ Fabo, che non era tenuto in vita da un sostegno vitale, non era affetto da una patologia irreversibile perché la sua condizione clinica era l'esito di un incidente stradale, mentre, sicuramente riteneva insopportabile la propria situazione. Ed è proprio questo elemento soggettivo che non potrà mai essere valutato. Legittimare il suicidio assistito significa trasformare un fatto - la volontà di morire - in un diritto che impone a qualcuno di favorirlo, pena l'impossibilità del richiedente di veder soddisfatta la propria volontà. Permettere il suicidio assistito significa introdurre un implicito diritto di morire che, al di là della sua intrinseca contraddittorietà, confligge apertamente con il caposaldo di ogni diritto, che è appunto il diritto alla vita, che è la fonte del diritto alla cura e all'assistenza. In una materia così complessa, delicata, e piena di sfumature, esistenziali, morali e culturali ci si aspettava una risposta capace di rilanciare e potenziare il sostegno clinico, psicologico, economico e morale delle persone sofferenti: invece siamo stati tutti condannati ad accettare una morte concordata. Siamo tutti un po' meno liberi perché la morte invocata, praticata e agevolata non è mai sinonimo di libertà".