Peter Fischli e la lunga crisi della pittura come atto d’amore

·3 minuto per la lettura
featured 1346590
featured 1346590

Venezia, 23 mag. (askanews) – Un “caleidoscopio di gesti rifiutati” che provano a negare lo status tradizionale della pittura, ma che, nei fatti sono un grande dispositivo di riflessione intorno all’atto del dipingere. Fondazione Prada a Venezia ha scelto, per la riapertura dopo la pandemia, di chiamare l’artista svizzero Peter Fischli a curare la mostra “Stop Painting”, un progetto espositivo che si interroga sul fantasma della fine della pittura e che, come ci ha spiegato Eva Fabbris, curatrice in Fondazione, dialoga in modo particolare con il palazzo di Ca’ Corner della Regina.

“E’ curioso, già come primo spunto, immaginare che una mostra che parla di pittura in maniera antagonista – ha detto Fabbris ad askanews – abbia luogo in un ambiente caratterizzato da degli affreschi. Fischli è intervenuto anche nel disegnare un allestimento che in qualche modo dialoga, inserendo delle pareti bianche molto astratte che fanno pensare a una musicalità dell’oggi, per dialogare con la storicità del contesto”.

Quello a cui si assiste, con una sottile ma strisciante inquietudine, è un racconto sui momenti di crisi della pittura negli ultimi 150 anni, causati sia dai cambiamenti interni alla storia dell’arte, come nel caso dell’irruzione sulla scena dei readymade di Marcel Duchamp, sia da innovazioni tecnologiche che hanno stravolto il modo di pensare all’immagine, come è avvenuto con l’invenzione della fotografia.

“Si potrebbe dire ‘La pittura è morta, viva la pittura’ – ha aggiunto la curatrice – e la serie di opere esposte sono una celebrazione e al contempo un racconto dei momenti in cui la pittura è stata negata”.

In fondo la mostra è, da tanti punti di vista, una dichiarazione d’amore alla pittura, ma è una dichiarazione problematica, complessa, reiterata attraverso i momenti di negazione, ma che è animata dalla stessa idea che ha portato, per esempio, Daniel Buren a inscenare manifestazioni di protesta, con però al posto della bandiere i suoi celebri drappi a strisce verticali. Insomma, per citare Roland Barthes, quello su cui ci si trova a ragionare è “il grado zero” della pittura, in relazione a un altro tema caro allo studioso francese come la morte dell’autore.

“Apre la mostra, al portego del piano nobile – ha concluso Evans Fabbris – un’opera di Jean-Frédéric Schnyder, un artista svizzero che è sintomatico anche dell’approccio ironico di Peter Fischli. Si tratta di un enorme tappeto composto cucendo gli stracci con cui aveva pulito i pennelli al termine delle sue giornate di pittura”.

Un meccanismo espositivo che si autoalimenta, che negando afferma, come nel caso di Sturtevant che, nel momento in cui copia la bandiera di Jasper Johns certamente compie un’azione concettuale che ha una sua vena polemica, ma allo stesso tempo riafferma la forza del dipinto originale e rimette in circolazione la sua lezione.

La sensazione, osservando una magnifica combustione di Alberto Burri o il magnetico specchio di Dorian Gray di Walter De Maria, è che ci sia sempre e comunque qualcosa che va oltre la crisi della pittura e che la sua morte venga messa in scena da così tanto tempo da essere diventata esattamente un’altra forma di vita. Un’altra affermazione attraverso la negazione.