I piani di Russia e Turchia nel Mediterraneo passano per la crisi libica

Fabio Greco

Il Grande Gioco del Mediterraneo arriverà all'inizio del 2020 a uno snodo cruciale, in cui si intrecciano risorse energetiche, nuove e vecchie rivendicazioni di sovranità e spartizioni territoriali, grandi ritorni nel Mediterraneo, come quello della Russia, un attore, paziente ma attento negli anni, che nel silenzio europeo sta assumendo un ruolo sempre più deciso nel Mare Nostrum.

Se Recep Tayyp Erdogan si prepara a inviare truppe in Libia, facendo tenere al parlamento un voto sulla decisione il prossimo 8 gennaio, la prima critica è arrivata da Vladimir Putin, che ha definito quella di Ankara una "ingerenza che non aiuta". E proprio l'8 gennaio Putin sarà a Istanbul per linaugurare con il presidente turco il gasdotto TurkStream, risposta russo-turca al gasdotto EastMed che, partendo da Israele e attraversando Cipro e Grecia, dovrebbe arrivare in Italia e ridurre la dipendenza energetica da Mosca.

L'accordo sarà firmato il 2 gennaio prossimo. Roma, per il momento, ha rinviato la firma. "Vladimir Putin - spiega all'AGI Pietro Figuera, analista autore de "La Russia nel Mediterraneo" (Aracne editrice) e vicepresidente dell'Istituto analisi relazioni internazionali - evita lo scontro frontale con Turchia e Israele, nonostante alcune evidenti divergenze di interessi. Obiettivo primario della Russia è quello di non rimanere tagliata dalle acque calde del Mediterraneo, e il primo attore con cui cooperare in tal senso non sono gli Stati Uniti ma la Turchia, che ne permette l'accesso tramite gli Stretti".

La politica dei due forni di Israele

"Fatta questa premessa, possiamo senza dubbio affermare che EastMed sia servito ad avvicinare ulteriormente Ankara e Mosca che si sentono minacciate dal gasdotto. Per i russi, in particolare, è abbastanza dolorosa la perdita d'influenza politica su Grecia e Cipro, che fino a pochi anni fa rappresentavano i capisaldi europei della sua strategia mediterranea e adesso invece vengono usati come grimaldelli dai rivali statunitensi, "prosegue l'analista, "quanto a Israele, il rischio è molto minore: Tel Aviv continuerà a perseguire la sua politica dei due forni (in modo più brillante e costante dei turchi, bisogna dire) evitando contrapposizioni eccessive con la Russia, che sarebbero deleterie. Anche per questo, all'interno dell'asse EastMed, sono l'attore più conciliante con la parte avversa".

Mosca e Ankara giungono alla fine di quest'anno con un negoziato che ha impedito a Erdogan di prendersi una parte di Siria e a Putin di ergersi, in qualche modo, come barriera militare. Mosca vuol spartirsi la Siria con Ankara o farne un tassello della ricerca di egemonia militare nel Mediterraneo partendo dalla base di Hmeimim? Per la Russia, sottolinea Figuera, la Siria "è l'emblema del suo ritorno sulla scena mondiale, al di fuori della sua tradizionale sfera d'influenza diretta. Un ritorno che ha voluto assumere le tinte di un riscatto, ma che rischia di perdere smalto nella complessità del teatro siriano".

"La spartizione con la Turchia", prosegue, "è solo un'inevitabile conseguenza della pluralità degli attori in campo - e dell'impossibilità di trovare una quadra generale senza scendere a patti anche con chi era stato ufficialmente sconfitto. A conti fatti l'influenza turca è limitata a una stretta fascia che non può compromettere il generale predominio russo. Anzi, la recente offensiva di Ankara - costatagli peraltro parecchio in termini di immagine internazionale - ha permesso alla Russia di attestarsi anche a est dell'Eufrate e ad Assad di recuperare un altro pezzetto di legittimità, all'interno di un equilibrio che impieghera' molti anni per ricomporsi del tutto".

Mosca costretta a scoprire le carte

"Se Mosca continuerà ad agire con prudenza - continua Figuera - potrà usare la Siria come trampolino di lancio verso il resto del Mediterraneo. Ma quasi certamente troverà una rete più fitta del previsto a sbarrargli la strada". Quanto alla Libia, Putin "non è mai stato pienamente convinto del suo sostegno al sempre meno credibile e frettoloso Khalifa Haftar, nel senso che ha preferito usare un atteggiamento attendista - in linea con la fluidità dello scenario libico. A riprova di ciò vi è l'invio delle ormai famigerate milizie Wagner, che (almeno nelle intenzioni iniziali) permettevano un'azione più defilata e sfuggente rispetto all'impegno a tutto campo nel contesto siriano. Oggi però si gioca a carte scoperte e la Russia non ha più potuto (né voluto) nascondersi".

La Russia, spiega l'analista di 'Osservatorio Russia', continuerà "a guardare con maggior simpatia alla fazione orientale del conflitto libico per almeno due ragioni: la maggiore forza contrattuale (nonostante le mancate vittorie, Haftar resta ancora l'uomo più forte della nostra ex colonia) e soprattutto la ventilata possibilità di costruire una base a Tobruk. Che sancirebbe definitivamente l'influenza russa nella regione, non più interpretabile come un incidente della storia ma come una strategia chiara e osservabile da tutti".

Una rivalità che conviene a entrambi

Vladimir Putin e Recep Tayyi Erdogan sono ambiziosi, entrambi mossi da una voglia di rientro in grande stile sullo scenario mediterraneo. "Gran parte delle mosse visibili tra i due leader, e tra i due Stati che ormai da due decenni guidano, rientrano nel campo della tattica", precisa Figuera, che avverte: "Russia e Turchia, per storia se non addirittura per "natura" geopolitica, sono destinate a scontrarsi: la prima per la sua pressione atavica verso sud, la seconda quasi solo per istinto di sopravvivenza. Anche all'interno di contesti più specifici, le due potenze si ritrovano molto spesso su posizioni opposte: in Libia come in Siria, ma anche nel Caucaso e in Egitto. Senza contare l'appartenenza di Ankara alla Nato, mai realmente messa in discussione.

Nonostante ciò, la rivalità tra i due Paesi rimarrà su un piano quasi esclusivamente dialettico e diplomatico, ma soprattutto ridotta a una questione bilaterale alla quale gli altri attori interessati (Usa in primis) non verranno invitati. Russia e Turchia usano la propria inestinguibile rivalità per imporsi sui propri teatri di riferimento (il Mediterraneo su tutti) e relegare gli altri al ruolo di comparse. Non credo che questo gioco possa finire fuori controllo degenerando in uno scontro militare, anche indiretto".

"Persino - aggiunge - durante la fase più acuta della crisi di fine 2015, con l'abbattimento da parte di Ankara di un caccia russo, Erdogan non prese in considerazione l'idea di chiudere gli Stretti al passaggio delle navi militari russe dirette in Siria (benché ne avesse facoltà). Figuriamoci oggi che la cooperazione è tornata attiva su diversi fronti, da quello energetico del Turkish Stream a quello più propriamente militare della vendita degli S-400".

Gli errori dell'Italia

Resta da affrontare il tema del ruolo dell'Italia, che, nonostante il tardivo viaggio del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio a Tripoli e Bengasi, sembra defilato. "L'Italia - conclude Figuera - mantiene una posizione ambigua e a larghi tratti indecifrabile, in primis per noi stessi analisti. Se fino a ieri ciò poteva apparire all'estero come parte di una raffinata o contorta strategia, oggi invece è sempre più evidente, purtroppo, che non si tratti di questo".

"La volontà di non inimicarsi nessuno - anche chi ci è stato apertamente ostile, come le forze di Haftar - si è unita alla generale disattenzione della nostra politica (riflesso del disinteresse dell'opinione pubbica) su questi temi. Provocando mosse blande e contraddittorie. La Libia è chiaramente la cartina di tornasole di questo atteggiamento: la prossima conferenza di Berlino certificherà il declassamento del nostro Paese da un dossier che invece su tanti fronti (da quello energetico a quello migratorio) sarebbe per noi vitale", conclude l'analista.