A piedi nella Calabria greca tra boschi e fiumare sulle orme dell'Inglese

G. Marinaro

AGI - La Calabria è un bel vedere, specie a piedi. Il Sentiero dell'Inglese - suggestivo cammino di sei giorni tra borghi grecofoni, maestosi uliveti secolari, e affascinanti fiumare, 'scoperto' da Edward Lear, viaggiatore inglese della metà dell'800 - è questa cosa qui che scorre tra l'antico e il forte desiderio di uscire dal fortino che per tanti motivi ha reso poco accessibile e attrattivo un pezzo magnifico d'Italia che spesso si scavalca senza volere conoscere il tesoro che si è stratificato tra storia, sapori, ambiente, cultura: 110 chilometri di selvaggia, sorprendente e asprissima bellezza.

IL CAPITALE UMANO. ROSSELLA E IL BOMBER STRONCATO DA ZEMAN

Soprattutto c'è il Capitale umano che si è intestato anche la sfida di questo Cammino che è difesa del territorio, riscatto, voglia di rompere le mura del fortino per costruire una storia fondata sul buono e sulla bellezza. Li ho conosciuti questi alfieri normalissimi che sono molto più di referenti di tappa o hospitaleri.

A Pentedattilo - da dove parte l'avventura - ci sono tra gli altri Ines che co-gestisce con simpatia e straordinaria affabilità le case dell'ospitalità diffusa; Rossella che qui vive da sempre come vedetta irriducibile dopo avere resistito per decenni agli speculatori e che offre cucina casalinga a viandanti e turisti.

Artigiani come Giorgio Ielo, un passato nella Primavera del Palermo, stroncato da Zeman "che aveva i suoi da portare avanti"; il sorriso però a Giorgio è rimasto... molto più che a Zeman, ma non ci vuole molto... E a Bagaladi, antica terra di olio e miele, prima irta meta del cammino, c'è la vulcanica coppia Titty e Daniele che non si ferma davanti a niente in questa sfida di rilanciare un bellissimo territorio, che ha anche tanti Cammini - quasi un indicatore di grandi potenzialità - e dove anche se sei solo fai incontri sorprendenti - come accade sempre peraltro ai viandanti - e fraternizzi come la cosa più naturale al mondo.

PENTEDATTILO, LA MANO DI PIETRA AL CIELO

Sono alcuni dei nomi di questa parte iniziale del mio girovagare. E poi ci sono almeno altre tre cose che colpiscono assai: 1. che anche se sei forestiero diventi parte del paesaggio, come fossi un ulivo cresciuto qui; 2. che se timidamente chiedi una informazione o saluti, ti danno subito del tu, come fossi un parente; 3. che gli brillano gli occhi e ti regalano il loro tempo per spiegarti tutto, se dimostri rispetto e interesse per la loro terra, e i camminatori che anche questa terra percorrono con naturale apertura e propensione per il bello e lo stupore, sono visti benevolmente.

Poi va bene tutto, in un costante omaggio alla leggerezza... Pentedattilo, a esempio, con la sua imponente sommità di pietra dalla forma di una mano gigantesca contro il cielo - anche nella cartellonistica stradale si scrive indifferentemente con la E, ma anche con la I: Pentidattilo. Giuste entrambe le versioni, comunque. Gli 'stranieri' come me protendono per Pentadattilo, con la A, quasi si trattasse di una enclave per volatili preistorici...

TRA LUNE, ASTRONAUTI E CAPRE

Seguono tre tappe intense. Si impongono le fiumare. Tante quelle incontrate. Ci si passa in mezzo come dentro un paesaggio lunare e l'incedere incerto sostenuto dai bastoncini da trekking, ti fa sembrare in effetti un po' astronauta: "Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per...", no vabbè... ma la sensazione è bella.

Tappe che lasciano il segno. Mozzafiato, mozzagambe, da fare scoppiare il cuore per livello di intensità di bellezza di impegno, con sentieri spesso stretti, addossati alle pareti delle montagne, che, lasciati i panni dell'astronauta, ti sentì un po' addosso quelli della capra, certamente più abile. Ma ti sostengono lo stupore, la non banalità dei percorsi e le tracce Gps, perché non sempre le strade sono ben segnate. Ma le amministrazioni latitano e tutto è in mano al pugno di visionari concreti, ai 'moschettieri' del Sentiero dell'Inglese, referenti e volontari, imprenditori, lavoratori studenti che ci credono davvero. E allora Ultreya, Amunì, andiamo oltre.

DA BAGALADI AD AMENDOLEA. CARMELA, L'ANGELO DEI PELLEGRINI

Lasciata Bagaladi e la sua gente sorridente si supera una fiumara troppo vicina alla città per essere perfettamente pulita. Si fa rotta su Amendolea. Gli ultimi sei chilometri spettacolari, un passo dietro l'altro appiccicati alle pareti di roccia, a rubare lo spazio all'esuberante vegetazione.

A Grotte, simpatico borgo, si può incontrare, Carmela: apre la sua casa, disseta e offre caffè. Dinamica ottantenne, ex maestra giardiniera, ex puericultrice, ex gestore per 20 anni di un piccolo agriturismo. Si è dovuta fermare per problemi di salute, ma giura che riaprirà, "appena ritorna mia figlia da Torino". Salutata Carmela nella sua bella casa fiorita con le vecchie insegne del telefono, si scende rapidi sotto il sole fino a un'altra fiumara. Enorme, bianca, rilucente. Pulitissima.

L'EX AVVOCATO CUSTODE DELLE FIUMARE

Si arriva alla fine alla tenuta di Ugo Sergi, ex avvocato che ha lasciato la toga per ridare vita al casale della sua infanzia - dove uno dei tanti piatti forti della zia, mai più replicato nonostante i tentativi, era il coniglio al cioccolato di Modica - trasformarlo in un agriturismo che guarda alla fiumara di Amendolea e ai monti che di notte restituiscono l'immagine di un leggendario Ercole sognante col viso rivolto al cielo.

Ugo è uno che ha vissuto varie vite - e chi no, del resto - davvero si è fatto da sé, disincantato e sognatore al tempo stesso. Ti accoglie con il sorriso buono e modi apparentemente spicci, poi a cena, lui che è il padrone di casa, si siede al tavolo con questi camminatori, commentando piatti buonissimi, parlando di Calabria, Sud, leggende di Ercole, famiglia, vite che prendono certe direzioni... come i cammini... La mattina dopo, presto, ci si congeda augurandosi buona strada.

IL CUORE GRECO CHE BATTE A GALLICIANO' E BOVA

E deve essere così. È una tappa impegnativa: Amendolea-Gallicianò-Bova, nel cuore della Calabria greca, e in fondo del Sentiero inglese. La giornata era calda ed era stata sconsigliata la tappa intermedia a Gallicianò, robusto antipasto del corposo tracciato con i suoi dislivelli repentini fino a oltre 1.100 metri: brusca salita, ripida discesa e nuova dura salita. Ma era imperdibile e non l'abbiamo persa, con la sua fontana di acqua fresca, le stradine ordinate, gli edifici in stile, la chiesa ortodossa. Un gioiello.

Dopo si inforca il sentiero e si va giù, giù e ancora giù, fino a un grande albero elegante, quasi un alto maggiordomo nella sua livrea color tortora, che indica la strada per una eccezionale stanza di rappresentanza: sua maestà la fiumara. Sassi e tronchi d'albero rallentano la conquista della riva opposta. Più o meno a metà è tagliata da un piccolo corso d'acqua che scorre deciso: pallida memoria del fiume che fu, ma in grado di fare sbatacchiare i bastoncini da trekking. Si va avanti e si tratta ora di salire stavolta il versante della montagna.


L'ACQUA DI GIUSEPPE

Salita durissima che non dà tregua, come il sole. Sembra non finisca mai. Ma finisce, proprio davanti a una casa, un approdo cui chiedere aiuto. Giuseppe si chiama: apre il cancello, fa sedere l'ospite inatteso in giardino e offre dell'acqua fresca. Spunta la moglie - Giuseppa - con del caffè freddo. Questi tre tipi con lo stesso nome, si raccontano tanti pezzi di esistenze, ridono. Non c'è niente da fare, il cammino accorcia le distanze e trova sempre nuove strade di incontro. Ci ripromettiamo che ci rivedremo.

Gli ultimi due chilometri. Si arriva a Bova e si passa davanti al museo della lingua greca e calabra, poi in una piazza con una grande locomotiva e i giochi per i bimbi, il bar con tanta gente ai tavolini. Ti guarda San Leo dal suo santuario. Si è sovrastati dai resti del castello. A seguire un'altra piazza, bella ed elegante, dove si trova il Comune che espone tre bandiere: italiana, greca ed europea.


I MOSCHETTIERI (SOLITARI) DEL CAMMINO

Ed ecco Anna, anche lei tassello della bella avventura del Sentiero dell'inglese, insieme a Biagio, Francesco, Mario, Andrea Laurenzano, referente del Cammino, imprenditore del turismo sostenibile. E glielo dico: il Sentiero è bellissimo, tosto, strepitoso: è uno sforzo grande affidato a voi, ma se faceste rete con le pubbliche amministrazioni, potrebbe crescere ulteriormente, grazie anche a servizi, segnaletiche, pulizia dei sentieri spesso nascosti da vegetazione, volontari, comitati di tappa e altro... promuovendo ancora meglio il Sentiero e un territorio fantastico. 

ULTREYA!

Lasciare Bova non è facile. Qui tutto è come deve essere. Le fontane, le piazze, le case, le chiese, il comune, il castello che protegge una convivenza nell'apparenza serena.  E le montagne intorno, il mare a una decina di chilometri che tinge l'orizzonte. È il centro di questa avventura e della Calabria grecanica. Ma proseguire è il senso del Cammino e il tradizionale saluto dei pellegrini, Ultreya, ne contiene in sé il senso: andare oltre. Avanti verso Palizzi.


IL SABAUDO CHE SCELSE DI FARSI CALABRESE

Si imbocca un sentiero ripido e si arriva dopo pochi chilometri in una stretta e graziosa fiumara che si attraversa camminando su grossi sassi. Alcuni chilometri di asfalto conducono a una piccola e antica scuola di montagna, fondata dal piemontese Umberto Zanotti Bianco che nelle zone interne della Calabria aprì anche asili, biblioteche, cooperative, per favorirne il riscatto sociale e culturale. A ricordarlo c'è una targa sul piccolo edificio intatto, ora di privati che accolgono il pellegrino e gli accennano la storia di questo personaggio che rimanda un po' a Danilo Dolci.

PALIZZI, RINTOCCHI CONTRO IL DECLINO

Si procede per il sentiero della ginestra tra asfalto, sterrati e mulattiere fino a Palizzi, colpisce subito il castello: non ruderi; la forma è ben definita e finalmente dovrebbero partire lavori decisivi per il consolidamento. È un comune sonnecchiante che prova a reagire al declino e Il Sentiero dell'Inglese è una reazione vigorosa. Il referente di tappa Emanuele Maisano, vivace e capace chef, ha idee e convinzioni chiare circa la scelta non facile di restare nel borgo antico piuttosto che trasferirsi come hanno fatto molti alla Marina. E considera il Cammino "una opportunità contro il declino". Dal bel campanile arrivano i rintocchi (ogni quarto d'ora... ma probabilmente in borghi come questo regalano coraggio e protezione, forse pure compagnia).

Il giorno dopo, di buon mattino, ci si rimette in strada. Dopo pochi chilometri si entra in un bosco esteso. Non incontri nessuno e ci si sente davvero parte di questa rigogliosa natura, degli alberi, persino dei fitti cespugli di rovi che occupano il sentiero e lasciano il segno su braccia e gambe scoperte. Si arriva nella frazione di Pietrapennata: forte è il senso di abbandono e cala un po' la tristezza: sembra un salto nel futuro, vale a dire in ciò che borghi possono diventare se non si lotta per loro e contro la spinta a lasciarli, investendo nel turismo sostenibile, nella storia, nel bello e nel buono, di cui anche i cammini sono parte perché conducono spesso dove altrimenti non si andrebbe mai se non a piedi.


IL GHIGNO DEL BIMBO DI ROCCIA E IL BRANCO PASTORE

Lasciata con questi pensieri la quasi disabitata frazione, si riprende l'itinerario per Staiti. Si passa accanto a grandi castagni, a curiose formazioni rocciose, una delle quali, molto grande, restituisce l'immagine del profilo di un bimbo dispettoso che con il suo ghigno sbuffante nuvole, ne combina un'altra delle sue. Si entra in un maestoso paesaggio montano. In lontananza si vede la sagoma di una chiesa antica.

L'insieme è spettacolare. Ma si sentono anche i latrati dei cani pastore che presidiano un gregge di capre. Due, tre, quattro cani. Sono piazzati proprio sul sentiero e non si hanno altre strade alternative, a meno che non si voglia tornare indietro.

Rammento qualche consiglio pratico: non correre, non urlare, non dare cibo, non puntare le bacchette da trekking; se si avvicinano non guardarli negli occhi, attendere qualche minuto, anche una decina e provare a indietreggiare, dovrebbero capire - "se sono equilibrati"... - che non sei una minaccia. Dopo circa mezz'ora si sono avvicinati loro. Qualcuno davanti, il capo a una decina di metri dietro. Ecco, lo scontro finale... ma facevano il loro mestiere: hanno tenuto d'occhio l'intruso e, passate tutte le capre, lo hanno lasciato andare.


STAITI, IL CLAMOROSO PIT STOP DI ROBERTO

Via allora. Si supera la chiesa diroccata dove pascolano bellissime mucche grigie e si imbocca un sentiero strettissimo a precipizio, fino a un altro bosco e dritti fino alla bella Staiti, incastonata tra gli alberi, proprio come immagini un paese montano. Viene incontro il mitico Roberto Pangallo. Tappa finale del cammino: timbro, attestato, e birretta dopo questa giornata dalle forti emozioni. La sera gran cena e bella atmosfera, accolto da Alba e Francesca.

E il giorno dopo un altro timbro al Comune con la benedizione della sindaca, il buon Roberto che si offre di accompagnarmi a Brancaleone per prendere il treno. Ma prima regala una visita alla chiesa bizantina Santa Maria dei Tridetti, monumento nazionale, e l'ultima emozione: si buca una gomma a venti minuti dalla partenza del treno per Reggio Calabria, ma lui è un fenomeno: in cinque minuti cambia la ruota, un pit stop spettacolare, e mi consegna alla stazione. Ora è proprio finita.
      Ma la strada continua.