Pier Aldo Rovatti: "I No Vax sbagliano, non sento odore di stato d'eccezione"

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Pier Aldo Rovatti, philosopher Italian, Milano, Mantova, Italy, 8th September 2017. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images) (Photo: Leonardo Cendamo via Getty Images)
Pier Aldo Rovatti, philosopher Italian, Milano, Mantova, Italy, 8th September 2017. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images) (Photo: Leonardo Cendamo via Getty Images)

Un filosofo e un quotidiano. Ogni settimana. Il filosofo è Pier Aldo Rovatti, il quotidiano è “Il Piccolo”, che ha appena festeggiato centoquarant’anni. Siamo a Trieste, la città di Saba e della bora, di Magris e del mare, di Svevo e di Bazlen, la città, per dirla con Mughini, “atta agli eroi e ai suicidi”. Il professore ci è arrivato nel 1977 e non se n’è più andato.

Sei modenese, ma non saprei immaginarti senza Trieste. Per Joyce era la sua anima, per Saba “ha mani troppo grandi per regalare un fiore”. Per te?

“Per me Trieste è una specie di ‘sospensione’, un luogo in cui il pensiero (inteso come epoché fenomenologica) può abitare favorevolmente”.

Da quanti anni scrivi sul “Piccolo”? Ti senti anche un po’ giornalista oltre che filosofo?

“La mia collaborazione al ‘Piccolo’ ha superato il ventennio. La rubrica ‘Etica minima’ è un appuntamento settimanale per me prezioso, perché mi fa avvicinare alla realtà concreta (senza svolazzare troppo sulle cime filosofiche) e mi chiede una scrittura rapida e incisiva (non sempre ci riesco!). Se questo sia giornalismo (mio modello è stato Pasolini) non saprei dire, so che così ho imparato a scrivere senza troppe sbavature”.

Enzo Paci fondò la Rivista “aut aut” nel 1951, tu la dirigi dal 1976. Che cos’è diventata nel corso della tua lunghissima direzione? Ti piace così o vorresti che fosse anche altro, che avesse maggiore capacità di penetrazione?

“Mi identifico con ‘aut aut’, mi piace anche così, ma vorrei che diventasse altro, con più attenzione critica verso l’attualità e come scrittura in grado di liberarsi da ogni retorica di tipo accademico. Problemi ce ne sono: per esempio, quello di un ricambio redazionale non certo semplice da realizzare. Comunque, non ho la sensazione che la Rivista accusi il peso dei suoi settant’anni, anzi credo che siamo alle prese con un nuovo inizio. Il ‘gesto fenomenologico’ resta decisivo e chiede un continuo rinnovamento (immer wieder, come diceva Husserl e ripeteva Paci, quando si inventò ‘aut aut’)”.

Che cosa rappresenta per te, e per chi ci si iscrive, la Scuola di filosofia di Trieste?

“Quando nasceva, e sono passati ormai dieci anni, la Scuola era per me il tentativo di rispondere al bisogno di discutere fuori dall’università le questioni del presente in un modo libero e aperto a tutti. La pandemia non ci ha impedito, l’anno scorso, di raggiungere i nostri obiettivi di pensiero critico: abbiamo proposto di ‘ripensare’ la rivoluzione compiuta nella psichiatria da Franco Basaglia e ottenuto una partecipazione molto ampia. Adesso siamo ripartiti con un tema provocatorio, ‘L’altro che è in noi’, e lo affronteremo utilizzando molti punti di vista: istituzionale, psicoanalitico, politico e soggettivo. Un bell’impegno, ma è a questa impostazione plurale che ci siamo affidati fin dall’inizio per svecchiare l’idea di filosofia, alimentando il più possibile quella di spirito critico. Rimando chi vuole farsene un’immagine più specifica al sito www.scuolafilosofia.it. Speriamo che di qui a fine maggio (la Scuola opera a weekend alternati e propone un impegno di 72 ore tra ‘cantieri’ e ‘laboratori’) si possa tornare a lavorare anche in presenza, nella sede nella quale siamo ospitati fin dall’inizio, presso il parco triestino di San Giovanni (cioè nel cuore della rivoluzione basagliana)”.

La filosofia, nonostante tutto, gode ancora di buona salute?

“Il pensiero critico fa fatica, ma oggi è decisamente necessario. Speriamo che riesca a ‘contagiare’ molti, nonostante tutto”.

La filosofia, dici, è un esercizio. Come va esercitata?

“La palestra non può essere uno spazio chiuso. Bisogna tentare di buttar giù i muri fisici e mentali che ci opprimono, senza alzarne di nuovi, magari meno visibili: perciò occorre che i discorsi siano agili, non impettiti, trasparenti, frutto soprattutto del dialogo. Tornando per un momento sulla nostra Scuola, osservo che essa funziona bene nonostante non prometta nulla oltre a un attestato a chi la frequenta e la rende attiva. Questo esercizio non ha bisogno né di compensi spendibili né di valutazioni di merito, ed è abbastanza sorprendente che tale aspetto è ciò che avvicina i cosiddetti corsisti. Ragioniamoci su”.

Leggendoti ogni venerdì, conosco le idee che hai espresso su pandemia, diatriba pro e no-vax, oltre che sulle discutibili opinioni di alcuni colleghi. Puoi ribadire qui come la pensi?

“È stupefacente, a mio parere, che le questioni vitali sollevate dalla pandemia, all’apparenza ovvie, scavino tante trincee, tante contese, producano toni così alti: ne ricavo che siamo tutti trascinati da una fretta poco ragionevole di proclamare delle verità. Mi pare che trionfi un individualismo scomposto e irragionevole fino all’assurdo. Mai come oggi – mi sembra – è assolutamente necessario riattivare lo spirito critico, cioè un pensiero più responsabile, meno immediatistico”.

Avresti puntato sull’obbligo vaccinale per tutti e dall’inizio?

“Rispondo sì, anche se il termine obbligo è un indumento pesante da indossare. Avrei preferito che, invece di alzare la bandiera della libertà, si agisse tutti assieme sotto la bandiera della responsabilità”.

Hai mai sentito puzza di Stato d’eccezione in questi due anni?

“Dicono – non lo so personalmente – che il Covid attutisce e addirittura elimina l’olfatto, comunque questo ‘odore’ di Stato d’eccezione non ha mai invaso le mie narici. Fuor di metafora, credo che lanciare un simile allarme rischi solo di allarmarci, anziché farci ragionare davvero su quanto accade (penso ovviamente al mondo no-vax e soprattutto a quegli intellettuali che, volendolo o meno, ne hanno rinforzato paure e ossessioni). Si rischia anche, lungo questa tangente, di alterare alcuni tratti del pensiero contemporaneo, che sarebbero invece da ripensare e utilizzare, come nel caso dell’idea di biopotere che attribuiamo a Foucault, facendo di questo importante autore una riduzione molto schematica (ne parleremo prossimamente su ‘aut aut’)”.

Quanto ti spaventano gli egosauri?

“Appunto. Queste bestie tutto ego che stiamo diventando ogni giorno di più alimentano ansia e inquietudine. I mei gatti stanno lì tranquilli a ronfare sul cuscino e mi guardano come per dirmi: ma cosa ti ha preso, datti una calmata per favore”.

Che cosa vuol dire essere un intellettuale riluttante?

“Ho adoperato questa espressione come titolo di una raccolta di brevi testi simile a quella che ho chiamato ‘Gli egosauri’. L’intellettuale riluttante è un pensatore come vorrei essere io stesso, cioè qualcuno che non si appiattisce dentro il proprio ruolo, ma continua a cercare criticamente una possibile identità. Per esempio, chi non si affretta a rispondere alle sirene mediatiche e dunque esita a comparire nei talk show televisivi o in analoghe esposizioni comunicative, ben sapendo che se ci va conferma l’etichettatura con cui viene identificato. Non è facile. Rispondendo alle tue domande già sono un po’ della partita, nessuno può restare davvero fuori se vuole avere voce, ma dipende allora dal modo di entrarci, se a bassa voce o rumorosamente”.

L’amico Gianni Vattimo ha compiuto 86 anni. Il vostro “pensiero debole” è ancora attuale? Quando chiedo al filosofo torinese se vede in giro pensieri deboli o forti, risponde che vede il pensiero unico. Concordi?

“Sì, concordo: in giro c’è quel pensiero che chiamerei ‘binario’, cioè un pensiero del sì o del no senza alcuna apertura dialettica, senza l’intervento di un dubbio autocritico. Proprio per questo il ‘pensiero debole’, nella sua inattualità, è al tempo stesso così importante oggi e così difficile da praticare. In questo senso, e paradossalmente, non è affatto decaduto: in realtà mai come ora abbiamo l’esigenza di farlo diventare un pensiero vivo da mettere in campo”.

L’amico Salvatore Veca ci ha lasciati a ottobre scorso. Come lo ricordi?

“Non posso dimenticare che abbiamo passato assieme, molto vicini, tanti anni della nostra vita, a partire da quando, entrambi, abbiamo preso con grande serietà e partecipazione l’esperienza del teatro a Milano (gli anni del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler e Paolo Grassi), cercando di immettervi il nostro concreto interesse per la filosofia. Per un tempo non breve, con una piccola troupe di aspiranti attori della Scuola di arte drammatica, abbiamo girato nell’hinterland lombardo a discutere, con la gente comune nei comuni luoghi di ritrovo, dei grandi temi che le messe in scena dei testi di Brecht, di Pirandello o di altri, potevano suscitare”.

Ti sei formato alla scuola di Paci. Esistono ancora scuole e maestri?

“Certo che esistono, solo che è molto più difficile ritrovarli e riconoscerli. Mettiamo allora così la domanda: ti senti un ‘maestro’? Rilutto da quel magis che la parola maestro contiene, rifuggo da un simile innalzamento, ma poi incontro di continuo, casualmente, persone che mi ringraziano magari solo per aver fatto con me un’esperienza da studenti o per essere dei lettori di ‘aut aut’. Se ci sono dei maestri, è bene che mantengano un atteggiamento riluttante. Se ci sono delle ‘scuole’ di pensiero, è bene che portino avanti un elogio del pudore e che in esse si produca più amicizia culturale che atteggiamento didattico. Rara avis? Certo, però è ancora viva e può volare presso di noi, se vogliamo”.

Questa è l’etica minima di Pier Aldo Rovatti, impegnata da tempo a scalfire quella ritenuta “massima”. Questo è il pensiero debole di Pier Aldo Rovatti e Gianni Vattimo, impegnato da tempo a scalfire quello ritenuto “forte”. Ora anche il mare di Trieste si è placato. La filosofia, la poesia, la letteratura (e il giornalismo) continuano ad abitarvi favorevolmente.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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