Piercamillo Davigo dovrà lasciare il Csm. Ancora una volta plenum spaccato

Federica Olivo
·Giornalista, Huffpost
·6 minuto per la lettura
Inaugurazione Anno Giudiziario (Photo: Ansa)
Inaugurazione Anno Giudiziario (Photo: Ansa)

Piercamillo Davigo dovrà lasciare il Csm tra due giorni, perché andrà in pensione. E, di conseguenza, perderà il diritto a sedere su uno degli scranni di Palazzo dei Marescialli. Lo hanno deciso i suoi colleghi in plenum.

La decisione è arrivata dopo una discussione fiume, in cui hanno preso la parola a lungo molti dei consiglieri chiamati al voto. Una scelta particolarmente complessa, data la scarsità di precedenti. Il confronto è stato lungo, tante le argomentazioni. Alla fine ha prevalso la proposta, maturata a maggioranza, della Commissione verifica titoli. A esprimersi per la decadenza di Davigo anche il vicepresidente Ermini e i due membri di diritto: il primo presidente e il procuratore generale della Cassazione. Non è stata una decisione unanime: 13 voti a favore, 6 contrari, 5 astensioni. Ancora una volta un plenum spaccato. Ancora una volta per una questione di grande rilevanza.

Le ragioni per le quali l’ex pm di Mani Pulite avrebbe dovuto lasciare il suo seggio al Csm poiché ‘collocato a riposo’, e quindi non più magistrato in carica, sono state esposte in primis da Loredana Micciché, consigliera togata di Magistratura Indipendente, la corrente di destra delle toghe, e componente della Commissione verifica titoli. Era stata lei, insieme a Paola Braggion, anche lei di Mi, a votare a favore dell’addio di Davigo al Csm. Si era astenuto, invece il terzo componente della commissione, Alberto Maria Benedetti, laico in quota M5s.

I voti in consiglio: chi si è espresso per l’addio di Davigo al Csm

Hanno votato a favore della proposta della Commissione verifica titoli - e quindi per la decadenza di Davigo - i tre togati di Magistratura Indipendente, la corrente di destra delle toghe, i due di Unicost, la compagine centrista e Nino Di Matteo. I membri togati, è bene ricordarlo, ad oggi sono 15 e non 16, perché Marco Mancinetti, esponente di Unicost, si è dimesso da qualche settimana sulla scia del caso Palamara e non è ancora stato sostituito. A favore della delibera della commissione anche il laico Filippo Donati, i due laici in quota Forza Italia, Alessio Lanzi e Michele Cerabona, Emanuele Basile (Lega) e tutto l’ufficio di presidenza.

Il “no” alla permanenza di Ermini, Curzio e Salvi

Significativo che nel dibattito siano intervenuti in prima persona il vicepresidente del Csm e i due membri di diritto. Si è espresso per la decadenza di Davigo il primo presidente della Corte di Cassazione, Pietro Curzio: “Mi sono convinto - ha sottolineato - che il pensionamento fa venir meno lo status di magistrato e ciò comporta non solo il venire meno delle funzioni giudiziarie ma anche di quelle di componente del Csm. Ne ho parlato con i due componenti del Comitato di presidenza, ci siamo confrontati e ho trovato conferma di questa mia conclusione”. Dello stesso parere anche il procuratore generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi. Il numero due di Palazzo dei Marescialli, David Ermini, ha dichiarato: “La Costituzione ci impone di rinunciare all’apporto che Davigo potrebbe ancora dare al Csm”.

Chi ha votato perché restasse in carica

Hanno votato, invece, contro la proposta - e quindi a favore della permanenza di Davigo a Palazzo dei Marescialli - i 3 togati di Autonomia&Indipendenza (il diretto interessato si è astenuto), i consiglieri togati di Area, l’associazione delle toghe progressiste, Elisabetta Chinaglia e Alessandra Dal Moro. Per quest’ultima: “Sarebbe auspicabile una presa di posizione del legislatore, o della Corte costituzionale qualora ne fosse investita. Sulla base del dato attuale di diritto positivo non sussistono i presupposti per introdurre da parte nostra una causa di decadenza in questo caso per via analogica in una materia come quella della decadenza da carica elettiva di stretta interpretazione che esclude l’applicazione di questa tecnica interpretativa”. Contrario alla decadenza anche Fulvio Gigliotti, laico in quota M5s.

Cinque gli astenuti

C’è chi ha scelto di astenersi. Cinque i consiglieri che hanno optato per questa decisione: Giuseppe Cascini, Giovanni Zaccaro e Mario Suriano, di Area, Alberto Maria Benedetti, che aveva già strappato in commissione, e Stefano Cavanna (Lega).

Il no di Di Matteo: “Se restasse al Csm verrebbe introdotto un tertium genus di consigliere”

Aveva annunciato che avrebbe si sarebbe esposto davanti al plenum Nino Di Matteo, il magistrato siciliano antimafia entrato a Palazzo dei Marescialli da indipendente ma da sempre vicino ad Autonomia&Indipendenza. Ha preso la parola subito dopo Fulvio Gigliotti e ha affermato che il suo voto sarebbe andato a favore della proposta della Commissione. E, quindi, per l’addio dell’ex pm di Mani Pulite al suo scranno. Una decisione, ha precisato, difficile “da un punto di vista umano”, ma motivata da una una ragione ben precisa. “Se Davigo restasse al Csm - ha dichiarato - sarebbe introdotto un tertium genus di consigliere, né laico, né togato. L’appartenenza all’ordine giudiziario è condizione imprescindibile per l’organo di autogoverno della magistratura che è per 2/3 composto da magistrati. Il rapporto predeterminato tra laici e togati è una regola sancita dalla Costituzione”.

Il dibattito degli ultimi mesi

Il noto pm di Mani Pulite compie 70 anni il 20 ottobre. Sarà quindi collocato a riposo. Già da mesi il dibattito era aperto: un magistrato in pensione può essere o no Consigliere del Csm? La discussione era entrata nel vivo il 31 luglio quando, Aniello Rossi, storica toga di Magistratura democratica, aveva scritto un editoriale per Questione giustizia, la rivista che dirige “Davvero si pensa che Piercamillo Davigo possa rimanere in carica al Consiglio Superiore anche quando non sarà più magistrato?”, chiedeva. La risposta che si dava, dopo un approfondito excursus normativo, era no. Una toga in pensione non è più legittimata a sedere nell’organo di autogoverno della magistratura stessa: “La cessazione dello status di magistrato determina la perdita del requisito, indispensabile, della capacità elettorale passiva e produce di conseguenza l’automatica decadenza dalla carica di consigliere superiore”, si legge nell’articolo.

Una tesi, questa, ritenuta non corretta da chi si è esposto in difesa di Davigo. In un’intervista al Fatto Quotidiano Giuseppe Marra, consigliere togato di Autonomia&Indipendenza, la corrente fondata proprio dall’ex pm di Mani Pulite, ricordava che tanto la Costituzione quanto la legge istitutiva del Csm non includono il ‘collocamento a riposo’ tra le cause di decadenza dall’incarico. Ed è proprio su questi due punti che fanno perno le tesi di chi sosteneva che Davigo, anche se in pensione, non aveva alcun motivo per lasciare Palazzo dei marescialli.

Pochi giorni prima che arrivasse la proposta delle Commissione verifica titoli, l’Avvocatura dello Stato, in un parere, aveva invece sostenuto che, dopo la pensione, per Davigo non c’era più posto al Csm.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.