Il piano del ministro Pisano per cambiare Spid

Arcangelo Rociola

"Polemiche eccessive. La mia proposta è che l'identità digitale, ovvero Spid, venga rilasciata dallo Stato". Il ministro dell'Innovazione Paola Pisano ha provato in queste ore a placare le polemiche sollevate dopo una sua intervista a Radio 1. Molti hanno letto nelle sue parole - "proporremo una unica userid e password di Stato", omettendo nell'intervista di specificare che stava parlando del sistema di identità digitale Spid - un tentativo di ingerenza da parte del pubblico nella vita dei cittadini. Ed è proprio quell'omissione ad aver dato il via alle polemiche.

Ma fonti del ministero all'Agi confermano che si è trattato di un equivoco e spiegano quali sono i piani del ministero su Spid.

L'idea alla quale stanno lavorando, raccontano, prevede che così come la carta d'identità digitale oggi viene emessa e gestita dallo Stato, dal ministero dell'Interno per la precisione, lo stesso dovrebbe avvenire con Spid. Un'unica identità quindi, emessa contemporaneamente alla carta di identità digitale.

Il ministero, precisano, non ha intenzione di mettere in discussione il sistema federato che è dietro Spid, ovvero che a fornire il servizio siano una serie di aziende private, come per esempio Poste o Aruba. Ma, spiegano, l'identità digitale dovrebbe essere "garantita" dallo Stato, così come oggi lo Stato garantisce che dietro un codice fiscale o una carta d'Identità ci sia una determinata persona fisica.

Cosa cambierebbe dunque? Qualora i privati dovessero accettare la possibilità di accesso alle piattaforme tramite Spid, la dinamica, spiegano dal ministero, sarebbe assai simile a quello che avviene oggi quando usiamo il login di Facebook o Google per accedere a un'altra piattaforma o servizio: così come usiamo i nostri login su piattaforme private per accedere ad altri servizi o fare acquisti, così potremmo usare anche il login di Spid.

Con quali vantaggi? Ad esempio, continuano, mentre Facebook e Google registrano le nostre attività e le riutilizzano a fini commerciali, come proporci pubblicità o offerte, lo Stato, assicurano, non potrebbe registrare nulla perché violerebbe le norme sulla privacy. Si dovrebbe trattare quindi solo di un rapporto tra due database, uno dei quali garantisce l'identità di chi vuole fare accesso a un servizio online.

Non si tratterebbe comunque di un obbligo per il cittadino quindi, ma, concludono il loro ragionamento al ministero, una possibilità offerta a chi ritiene che la gestione dei propri dati possa essere più sicura e tutelata se dietro ci sia lo Stato piuttosto che aziende private.