Pittura come rischio e come empatia: la lezione di Marlene Dumas

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Venezia 28 lug. (askanews) – Una pittura che scava nei paradossi delle emozioni umane, scandagliando anche i territori più oscuri, ma senza mai perdere la tenerezza. Guardare il lavoro diell’artista sudafricana Marlene Dumas nella prima grande mostra personale in Italia realizzata a Palazzo Grassi a Venezia è una sorta di illuminazione sulle possibilità della pittura, che parte fin dall’ossimoro del titolo: “open-end”. “Open come apertura – ha spiegato ad askanews il direttore del museo veneziano, Bruno Racine – perché la fine può diventare anche l’inizio di qualcosa di nuovo. C’è in Marlene Dumas questa dimensione poetica, che offre un’interpretazione unica di quello che ci fa vedere e lo fa con grande generosità”.

La mostra presenta oltre 100 opere, provenienti dalla Collezione Pinault, da molte altre istituzioni internazionali e da privati, e a colpire, fin da subito, è una sorta di dimensione sospesa e inafferrabile che fornisce un’aura a ogni dipinto.

“Marlene Dumas – ci ha spiegato la curatrice Caroline Bourgeois – è secondo me l’artista in assoluto che si prende più rischi: nei suoi soggetti, nel modo di dipingere, nei colori che usa. Cerca di realizzare qualcosa di molto toccante e vivo, lasciando però al tempo stesso allo spettatore la possibilità di avere il proprio punto di vista”.

Una pittura, dunque, che offre molteplici punti di ingresso nelle opere, che nascono da immagini “di seconda mano” ossia prese da film, giornali, polaroid, ma che poi generano “esperienze di prim’ordine”. A prescindere dal tema dei dipinti, a volte ispirati dalla pornografia, a volte dalla cronaca, a volte ancora dall’attualità politica. Perché quello che conta, quello che passa, è soprattutto un’idea forte di pittura.

“Io lavoro con il colore – ci ha detto Marlene Dumas – in modo molto intuitivo e spesso sfrutto anche il caso. Talvolta i miei dipinti sono molto sporchi, perché il colore accade attraverso un miscuglio di materiali, altre volte invece il colore è puro. Il colore e le diverse tonalità per me sono molto importanti, ma tutto nasce poi dalle situazioni particolari”.

Che siano ritratti di familiari o lavori ispirati alle diverse mitologie, dai quadri della Dumas emerge sempre il modo in cui la pittrice si “prende cura” dei suoi soggetti, e questo fa la differenza. “C’è un’empatia con i miei soggetti – ha aggiunto – è come se ci fosse una storia d’amore con il soggetto, anche se è un soggetto triste o duro. Io devo stabilirci un rapporto”.

Guardate, per esempio, il modo in cui viene utilizzato il nero: non come negazione, ma come affermazione di possibilità, che sono ovviamente possibilità pittoriche, ma anche in un certo senso possibilità spirituali. Che nascono comunque da una relazione molto fisica e mai del tutto controllabile tra l’artista e il suo dipinto.

“Dipingere per me è un’attività molto fisica – ha concluso Dumas – c’è qualcosa di primitivo. Uso il mio corpo e il corpo crea il dipinto, è il gesto che decide. Io penso molto, ma questo non necessariamente porta a un buon dipinto. Conta la tensione del momento nel quale sono fisicamente con i materiali, e anche questi devono trovare la loro strada nel dipinto. Vorrei che il quadro fosse come una danza”.

Una danza che unisce la sensualità del gesto al pensiero: forse in questa combinazione, solo apparentemente semplice, sta il segreto, comunque mai del tutto raggiungibile, della pittura di Marlene Dumas. Che resterà a Palazzo Grassi fino all’8 gennaio 2023.

(Leonardo Merlini)

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