Pm Agrigento: "Casarini salvò vite umane, giustificato ingresso in acque italiane"

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Di Elvira TerranovaLa scelta del comandante della 'Mare Jonio' Pietro Marrone e del capo missione Luca Casarini di entrare in acque nazionali, nonostante i ripetuti alt intimati dalla Guardia di Finanza, nella notte tra il 18 e il 19 marzo 2019, con a bordo 50 naufraghi soccorsi a bordo di un gommone sgonfio "risulta giustificata" dall'insieme "delle condizioni esistenti al momento dei fatti". Ecco perché la Procura di Agrigento ha chiesto l'archiviazione per i due indagati. Casarini e Marrone sono accusati di favoreggiamento per l'immigrazione clandestina e per avere disatteso un ordine militare. E' la stessa Procura a sottolineare anche che "nessun appartenente della Guardia di Finanza è indagato per il caso della Mare Jonio", smentendo quanto scritto da qualche quotidiano. E Patronaggio ha anche ribadito che la Gdf "ha sempre operato nel contrasto alla immigrazione clandestina con impegno e dedizione pur in un quadro normativo non sempre chiaro e in un contesto sociale caratterizzato da forti tensioni". 

Mare Jonio, il 19 marzo 2019, si diresse verso Lampedusa e non verso Malta, la Tunisia o la Libia perché, secondo Casarini e Marrone, l'Italia era l'unica nazione sicura. E la Procura ha sposato la tesi di Mediterranea Saving Humans. Perché, come scrivono il Procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, l'aggiunto Salvatore Vella e la pm Cecilia Baravelli, citando anche una lettera dell'Unhcr, "la Libia è ritenuta porto non sicuro". La nave non poteva dirigersi, però, neppure verso Malta "poiché non forniva le garanzie necessarie per poter portare a termine in sicurezza il salvataggio dei naufraghi". E "allo stesso modo, anche la scelta di non dirigersi in Tunisia è giustificata e comprensibile", dicono ancora i pm. Dunque, scelta di approdare a Lampedusa è stata obbligata? 

"La Libia non è un porto sicuro", perché "i migranti recuperati dalla Guardia costiera libica e ricondotti in Libia sono stati sistematicamente sottoposti a detenzioni arbitrarie, torture, ed estorsioni,lavori forzati e violenze sessuali" scrivono, nero su bianco, i magistrati della Procura di Agrigento nella richiesta di archiviazione per Casarini e il comandante Marrone, difesi dall'avvocato Fabio Lanfranca. I magistrati ricordano anche di essersi rivolti lo scorso giugno scorso all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) e, in particolare, all'ufficio della Rappresentanza Regionale per il Sud Europa, per chiedere se la Libia possa essere considerata un "Place of safety'', cioè un porto sicuro. Le Nazioni Unite hanno risposto dopo più di tre mesi, lo scorso ottobre "allegando un rapporto nel quale, dopo aver ripercorso i conflitti in corso in Libia nell'anno 2019, esaminavano la situazione di richiedenti asilo, rifugiati e migranti in quei territori, evidenziando come alcune migliaia di loro si trovano in condizione di detenzione arbitraria e sottoposti a violazioni dei loro diritti umani", si legge nella richiesta di archiviazione. 

Insomma, per la Procura di Agrigento, l'ordine impartito" in alto mare "dalla Guardia di Finanza alla nave Mare Jonio "non è qualificabile come ordine impartito nel compimento di attività di polizia, avendo ad oggetto esclusivamente il divieto di ingresso in acque territoriali italiane a nave battente bandiera italiana, ordine che non sembra trovare fondamento giuridico". "Viene conferito alle navi da guerra il potere di esercitare attività di polizia in mare sulle navi mercantili nazionali e viene, conseguentemente, attribuito ai comandanti delle navi da guerra il potere di ispezionare le navi, esaminare la documentazione e richiedere informazioni - scrive il Procuratore capo Luigi Patronaggio - Nel caso che ci occupa, come si evince dalle comunicazioni acquisite tra il Pattugliatore Paolini e il rimorchiatore Mare Jonio, quest'ultimo veniva fermato in alto mare, prima dell'ingresso nei confini nazionali, e gli veniva impartito l'ordine di non accedere alle acque territoriali poiché non autorizzato". 

Per la Procura "se l'ordine non risulta riconducibile all'attività di polizia ex art. 200 del Codice navale non pare pertanto possibile sussumere la condotta della sua mancata obbedienza nella fattispecie". Ed è la stessa Procura a sottolineare nel documento che "dagli elementi probatori acquisiti nel procedimento sembra che Nave Capri, e quindi la Marina Militare Italiana, svolga di fatto le funzioni di centro decisionale della cosiddetta Guardia Costiera libica, siano cioè il reale centro operativo di comando". In altre parole, i pm di Agrigento ribadiscono quanto da più parti viene detto. Cioè che nonostante nave Capri sia una unità della Marina Militare Italiana dislocata nel porto di Tripoli nell'ambito della 'Operazione Mare sicuro', ufficialmente per il ''supporto logistico e addestramento a favore della Marina e della Guardia Costiera Libica", in realtà, secondo la Procura, avrebbe svolto un ruolo di "centro operativo di comando". E il difensore di Casarini e Marrone, l'avvocato Fabio Lanfranca, rincara la dose: "La Procura di Agrigento nella richiesta di archiviazione per Luca Casarini e Pietro Marrone di Mare Jonio mette nero su bianco quello che noi avevamo denunciato da tempo, cioè che è la Marina Italiana a svolgere di fatto le funzioni di comando della Guardia costiera libica".  

"La Marina militare - dice Lanfranca commentando la richiesta della Procura - ha funzioni di centro decisionale, quindi di comando della Guardia costiera libica. Questo è un fatto che troviamo adesso in un provvedimento dell'autorità giudiziaria". E se la prende con la "politica ipocrita" che per anni "ha fatto finta che la Libia sia in grado di gestire questo problema", invece "noi abbiamo dimostrato, grazie alle indagini difensive, in questa inchiesta, che è solo ipocrisia". Poi si augura che questa "potrebbe essere un'occasione per ripensare la materia delle politiche migratorie italiane e i rapporti tra autorità italiane e libiche". "Ora - conclude - non si più fare finta di non sapere dopo che vengono disvelati questi atti". 

Ma cosa accadde in quei giorni freddi dello scorso inverno? Il gommone blu con i 50 migranti a bordo salvati nel marzo 2019 nel Mediterraneo "era in una situazione di reale pericolo per l'incolumità delle vite in mare" come scrivono i pm della Procura di Agrigento nella richiesta di archiviazione. Che citano il capo missione Casarini, interrogato il 2 aprile d Agrigento. "A detta del capo missione Casarini", scrivono i pm, il gommone "era immobile in mare'', quindi alla deriva, "con un tubolare laterale che appariva danneggiato, con la prua piegata all interno, a indicare che i tubolari non erano perfettamente a tenuta e quindi sgonfi"' e '"imbarcava acqua da poppa"', "con circa 50 persone a bordo senza giubbotti di salvataggio o altri dispositivi di sicurezza". "Dalla descrizione fornita agli inquirenti da Casarini si trattava inconfutabilmente di una imbarcazione in distress, cioè in una situazione di reale pericolo per l'incolumità della vita del l'uomo in mare", dicono i pm. 

Nella richiesta di archiviazione si leggono anche le conversazioni, molto agitate, tra la Mare Jonio e il pattugliatore della Gdf Paolini, "Ripeto, non siete, non siete autorizzati all'ingresso in acque nazionali italiane. Non siete autorizzati da Autorità Giudiziaria italiana all'ingresso in nostre acque nazionali inoltre, se doveste entrare in acque nazionali italiane sarete perseguiti per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Cambio". Eccolo,l'ordine impartito dalla Guardia di Finanza alla nave Mare Jonio di non fare ingresso in acque nazionali. E' la notte tra il 18 e il 19 marzo 2019 e la nave di Mediterranea Saving Humans ha a bordo 49 persone soccorse poche ore prima. Un'altra persona è stata evacuata per problemi di salute. "Vi intimiamo l'alt - continuano le Fiamme gialle - arrestate le macchine, ripeto vi intimiamo l'alt, fermate i motori arrestate le macchine, cambio". Ma la nave va avanti. "Comandante io non posso fermare nessuna macchina, perché qui siamo a rischio di pericolo di vita, qui c 'è ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente io, io mi ridosso sotto l'isola, perché qui siamo in gravi condizioni di pericolo di vita comandante!", gli grida Marrone che ha anche scritto un libro dal titolo: "Io non spengo nessun motore!". 

"L'ordine di alt dato alla nave Mare Jonio, unitamente a quello di arrestare le macchine, in modo da impedirne l'ingresso nelle acque territoriali italiane, è stato disposto dal Comandante della Stazione Navale di Palermo, facendosi schermo di un provvedimento di divieto di ingresso in acque nazionali, dato da una ''Autorità Giudiziaria", che non è mai intervenuto e che mai poteva legittimamente essere dato", spiegano i pm della Procura di Agrigento nella richiesta di archiviazione per Luca Casarini e Pietro Marrone. 

Sono gli stessi magistrati a spiegare: "In realtà nessuna Autorità Giudiziaria Italiana aveva negato l'autorizzazione all'ingresso in acque italiane della nave battente bandiera italiana Mare Jonio". E ancora: "Non è previsto da alcuna norma che una nave battente bandiera italiana debba avere una preventiva "autorizzazione" per fare ingresso nelle acque territoriali italiane, né è previsto da alcuna norma che l'Autorità Giudiziaria Italiana abbia la facoltà di "autorizzare" un natante a fare ingresso nelle acque territoriali", scrive il Procuratore capo Luigi Patronaggio.  

"In ogni caso la notte tra il 18 e il 19 marzo 2019 la Stazionale Navale della Guardia di Finanza di Palermo, da cui dipendeva il Pattugliatore Paolini durante quella missione, era in contatto con il Pubblico Ministero di turno della Procura di Agrigento Elenia Manno, la quale, contattata più volte nel corso di quella notte, mai ha ricevuto una richiesta di autorizzare l'ingresso in acque territoriali italiane della Mare Jonio e, meno che meno, mai ha negato una qualche irrituale autorizzazione all'ingresso". Alla fine la nave entrò in porto con i 49 migranti a bordo. Casarini e Marrone furono indagati. E la nave sequestrata. Adesso spetta al Gip la decisione se accogliere la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Agrigento.