Politecnico di Milano: un laboratorio nel carcere di San Vittore

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Milano, 28 ott. (askanews) – L’università porta un proprio laboratorio in carcere: è stato inaugurato nella Casa Circondariale di San Vittore a Milano, alla presenza del sindaco Sala e del direttore dell’istituto di pena, Giacinto Siciliano, il terzo spazio del progetto Off Campus del Politecnico meneghino, per offrire uno strumento che possa costruire nuova conoscenza sui luoghi di reclusione e all’interno degli stessi.

“L’università – ha detto ad askanews il professor Andrea Di Franco, docente di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano – cerca di produrre conoscenza, arriva a definire prodotti scientifici che possano risolvere questioni critiche rispetto alle società dentro le quali l’università si colloca. Siamo in un caso molto importante in questo senso, perché siamo in un punto critico della città, questa è San Vittore, ma in generale un punto critico di tutte le città sono le strutture detentive”.

Strutture che, nel caso di San Vittore, vivono di una lunga storia cittadina, ma anche devono fare i conti con enormi problemi, come per esempio quelli del sovraffollamento e della dignità delle condizioni di vita delle persone recluse.

“Sono qui per prendere atto di quello he è stato fatto – ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala – e per ringraziare chi opera in questo senso, in particolare il Politecnico. È evidente che tutto aiuta e che si tratta di qualcosa che va nella direzione giusta, ma è altrettanto evidente che questo carcere ha un tema importante che ormai va affrontato”.

Sala ha sottolineato il bisogno di un significativo cambio di passo, anzi di un modo radicalmente nuovo di pensare la struttura, alla luce in primo luogo dei diritti dei detenuti. Un primo passo, sulla strada dei cambiamenti, lo rappresenta di certo anche il nuovo laboratorio universitario, ospitato nel primo Braccio del carcere dentro spazi che in precedenza erano celle detentive.

“Portare un’università dentro il carcere – ha aggiunto Di Franco – significa prima di tutto dialogare, trovare un linguaggio comune. E attraverso questo linguaggio comune con gli operatori, che sono la polizia penitenziaria e i detenuti, riuscire a svelare una possibilità di progetto, una domanda di progetto possibile”.

Che si interroga innanzitutto sui modi per migliorare la qualità degli spazi di reclusione, per poi allargare il campo del ragionamento alla dimensione strutturale del rapporto tra società e giustizia, tra libertà e privazione della stessa, tra città e mondo carcerario.