Politica, media, cultura. L'inarrestabile discesa agli inferi di Hong Kong

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Lawmaker Andrew Leung Kwan-yuen speaks to the media after group photos with the first Legislative Council members since Beijing overhauled the election, at the Legislative Council in Hong Kong, China, January 3, 2022. REUTERS/Tyrone Siu (Photo: Tyrone Siu via Reuters)
Lawmaker Andrew Leung Kwan-yuen speaks to the media after group photos with the first Legislative Council members since Beijing overhauled the election, at the Legislative Council in Hong Kong, China, January 3, 2022. REUTERS/Tyrone Siu (Photo: Tyrone Siu via Reuters)

Hong Kong negli ultimi anni ha visto la costante erosione delle sue libertà politiche e di quelle di espressione e di stampa, mentre attraverso la realizzazione della Greater Bay Area, con il ponte autostradale che ormai la unisce a Macao e alla Cina, rischia di venire totalmente assorbita dalla “Madrepatria”. Una madrepatria che diventa ogni giorno più forte e arrogante, conscia del costante aumento del suo peso economico, politico e militare negli equilibri mondiali. Non passa giorno, infatti, che da Pechino non giunga notizia dell’ennesimo atto di forza e della censura della più piccola forma di dissenso. E se fino al 30 giugno del 2020 i cittadini di Hong Kong potevano sentirsi ancora relativamente al sicuro dall’implacabile repressione, dalla censura pervasiva e dall’imposizione del “pensiero unico” del Partito Comunista al potere a Pechino, dopo quella data fatidica, con l’entrata in vigore della legge liberticida della “Sicurezza Nazionale”, la loro sorte, le loro vite, sono andate sempre più “appiattendosi”, costrette ad una assimilazione forzata agli standard repressivi della Madrepatria.

Gli ultimi mesi di questo appena concluso 2021, poi, hanno segnato un’escalation al contrario di quel che ancora rimaneva nell’ex colonia britannica in termini di garanzie democratiche e rispetto delle libertà fondamentali. Una discesa agli inferi che non ha avuto un momento di pausa, tra le chiusure di giornali e siti online indipendenti, gli arresti di quei pochi rappresentanti dell’opposizione ancora in libertà o che non erano riusciti – o non avevamo, coraggiosamente, voluto – fuggire all’estero e l’azzeramento pressoché totale della rappresentanza popolare nel locale mini-parlamento, con conseguente insediamento di un parlamento-fantoccio, riservato ai soli membri “patriottici”, cioè la cui fede verso il Partito fosse stata preventivamente e accuratamente verificata dall’occhiuta e inquietante Polizia Politica di Pechino. In breve, si può riassumere l’attuale situazione affermando tranquillamente che la riorganizzazione del sistema elettorale di Hong Kong da parte di Pechino, volta a garantire che solo i “patrioti” possano amministrare il potere, appunto, ha trasformato il Consiglio legislativo (il Legislative Council o LegCo) un tempo organismo indipendente e rappresentativo, in un “parlamento di gomma”. Nelle scuole di Hong Kong, i professori, gli educatori sono stati ormai da tempo costretti a distorcere la realtà e la Storia per ritrarre il Partito sotto una luce positiva, mentre la magistratura è stata ormai totalmente privata della sua precedente – quasi “leggendaria” in ambito asiatico – indipendenza, ereditata dalle istituzioni giudiziarie coloniali britanniche. Le organizzazioni dei media che operavano liberamente sono state smantellate, mentre la città è diventata, di fatto, uno stato di polizia.

I sette milioni e mezzo di abitanti di Hong Kong hanno allora espresso il loro dissenso nell’unico modo che gli è rimasto: non andando alle urne. La percentuale di astenuti alle elezioni che si sono tenute poco prima di Natale ha infatti superato largamente i due terzi degli aventi diritto al voto. Ma la pochissimo amata governatrice Carrie Lam – da molti considerata un fantoccio nelle mani di Pechino – ha fatto finta di niente: “La scarsa percentuale di votanti” – ha incredibilmente affermato – “dimostra che la gente è soddisfatta del governo”.

Oggi arriva la notizia dell’ennesimo colpo alla democrazia e alla libertà di stampa, con la chiusura di un altro sito di informazione, “Citizen News”, che ha annunciato che da domani non sarà più online. I direttori della testata hanno motivato la decisione di auto-censurarsi citando un “clima deteriorato per l’informazione” e la necessità di garantire la “sicurezza di tutti”. Il riferimento è alla raffica di arresti che qualche giorno fa, il 29 dicembre, ha colpito i giornalisti e gli editori di un altro tra i più seguiti siti online di informazione a Hong Kong, “Stand News”, quando le forze di polizia della squadra speciale per la “Sicurezza Nazionale” hanno arrestato giornalisti e dirigenti della società editrice, tra i quali la celebre pop star cantonese e importante attivista per la democrazia, Denise Ho, mentre altri agenti facevano irruzione negli uffici della Società editrice nella zona di Kwun Tong e i magistrati congelavano circa 61 milioni di dollari di Hong Kong (quasi 8 milioni di dollari) di beni della società.

I giornalisti e gli editori di Citizen News sperano, con ogni evidenza, di riuscire ad evitare di fare la stessa fine, chiudendo da soli, prima che sia la Polizia a farli chiudere. Ma molto probabilmente nemmeno questo li salverà e, come già accaduto in passato, la longa manus della magistratura dell’ex colonia britannica – la cui indipendenza da Pechino è da tempo solo un pallido ricordo – si abbatterà puntuale anche su di loro, come è accaduto troppe volte fino ad oggi.

Qualcuno forse ricorderà un bel film di qualche anno fa, “L’angolo rosso”, dove un sempre fascinoso Richard Gere finiva - suo malgrado e da completo innocente - nelle maglie del sistema giudiziario cinese, ancora oggi uno dei più iniqui, ingiusti e meno garantisti del pianeta. Cesare Beccaria non è mai stato a Pechino e forse per questo in Cina i tribunali si basano sulla “presunzione di colpevolezza”, i giudici scrivono le sentenze prima di iniziare il processo e l’avvocato difensore è una professione molto poco ambita e ancor meno tollerata dal governo. Insomma, qualcosa da far impallidire il peggior giustizialista tra i politici di casa nostra. Nel film, dopo mille peripezie, violenze e torture e grazie all’eroismo legale e umano di una coraggiosa avvocatessa cinese (che naturalmente si innamorava perdutamente della vittima, ma questa è un’altra storia), andava a finire bene per il protagonista. Ma solo perché si trattava di un film. Nella realtà Richard Gere o chi per lui, pur se innocente, - ma questo per i giudici cinesi è sempre stato un dettaglio trascurabile - sarebbe finito in carcere a vita, o in qualche “laogai” (campo di concentramento cinese) oppure nelle mani del boia il quale, come è ben noto, “In Cina non si riposa mai”.

Fino a non molto tempo fa, i cittadini di Hong Kong potevano, come abbiamo fatto noi occidentali, guardarsi il film comodamente sdraiati in poltrona nei loro micro appartamenti popolari dei quartieri di Kowloon o di Tsing Hi, inorridendo e pensando: “A noi non capiterà mai nulla del genere, thanks God!”. O piuttosto, Thanks to the Queen!, Grazie alla Regina, visto che l’unica cosa che impediva agli hongkonghesi di finire come Richard Gere nel film era – e teoricamente ancora sarebbe - l’accordo firmato a suo tempo (nel 1984) dalla Lady di Ferro, la signora poi baronessa Thatcher, con l’allora presidente cinese Yang Zemin, che garantisce ad Hong Kong altri 25 anni circa (la durata originale dell’accordo era di cinquant’anni a partire dal 1° luglio 1997) di sostanziale democrazia e indipendenza dalle leggi, dal sistema giudiziario, dall’economia e dalla totale mancanza di rispetto dei diritti umani di Pechino.

Ma ormai da tempo la Cina ha deciso di ignorare gli impegni presi con la firma dei trattati che consentirono il ritorno di Hong Kong sotto la sua sovranità. E a nulla sono servite le vibranti, e più volte reiterate, proteste ufficiali di Londra, che ancora di recente, per bocca dell’ex Ministro degli Esteri e attuale vicepremier del Regno Unito Dominic Raab, dichiarava che “la Cina è in uno “stato di continua non conformità” alla Dichiarazione congiunta sino-britannica”, affermando anche, testualmente che “la decisione di Pechino di imporre cambiamenti radicali per limitare la partecipazione al sistema elettorale di Hong Kong costituisce un’ulteriore chiara violazione della Dichiarazione congiunta sino-britannica legalmente vincolante”.

Pechino ha respinto al mittente ogni accusa, replicando furiosamente a Londra che si tratta solo di “un mucchio di bugie e analogie inverosimili”, sostenendo invece che le affermazioni inglesi “calpestano il principio del diritto internazionale e le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali, interferiscono negli affari di Hong Kong e negli affari interni della Cina e saranno presto consegnato alla pattumiera della storia”.

Il futuro, per gli abitanti di Hong Kong, non potrebbe essere più fosco.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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