Pomicino: "Per De Mita il potere era figlio della politica, non il contrario"

Pierpaolo Scavuzzo / Agf

AGI -  Sono stati amici nella distanza politica, vicini e lontani quando l'idea li vedeva su sponde opposte, compagni di partito, avversari nei congressi, alleati nel governo. Ciriaco De Mita e Paolo Cirino Pomicino, la Democrazia cristiana, anni che sono il film in bianco e nero di una stagione che oggi appare quella dei giganti della politica.

Figli di una cosa che non c'è più, ma è sempre viva e nuota nel Mare Nostrum della politica italiana, la Balena Bianca. La notizia della morte di De Mita è stata battuta poco fa, Pomicino sa, sospira, naviga sull'onda dei ricordi. "Il mio primo ricordo è del 1983 l'elezione di De Mita alla segreteria del partito: fu larga ma sofferta, furono i padri della Dc, Fanfani, Andreotti, Piccoli e Rumor che si convinsero e accettarono la sua candidatura. Quel congresso fu movimentato da un'improvvisa candidatura di Enzo Scotti, candidatura perdente, ma lo irretì, perché De Mita aveva un carattere appassionato e convinto".

De Mita fu l'uomo giusto al posto giusto?

Fu un segretario politico capace di ribaltare una situazione in cui la Dc aveva perso ben 6 punti alle politiche del 1983, rilanciando la politica dell'alleanza con i socialisti, offrendo a Bettino Craxi la presidenza del Consiglio. E' stato segretario più a lungo di De Gasperi, dunque uno dei segretari più longevi del partito.

De Mita era un uomo di potere?

De Mita il potere lo usava secondo i riti democristiani, un potere discreto. Era un uomo che tentò di sciogliere le correnti e in realtà questo fu un errore, perché erano la vita e la ricchezza della Dc, erano intercettori diversi all'interno della società italiana, erano correnti non di potere, ma di pensiero. Carlo Donat Cattin, era la sinistra sociale che viveva e cresceva nelle fabbriche, senza Donat Cattin, la Dc avrebbe perso una presenza significativa, sia in termini di quantità che di qualità. E così per tutte le altre correnti. Era un grande partito e quindi De Mita si convinse poi che la Dc andava preservata e ammodernata. E in questo senso fece un'attività di ammodernamento del partito anche in periferia, ricordo che in Sicilia affidò il partito alle mani di due amici autorevoli, Sergio Mattarella e Calogero Mannino, che fecero entrambi un lavoro di qualità. De Mita poi fu preso dal desiderio di tentare quello che non riuscì a Fanfani...

Segreteria e premiership

Esatto, segreteria e premiership. Ma la Dc era un partito talmente democratico che non consentiva di concentrare tutto il potere in una sola persona.

Fu quello il suo errore? 

Sì, fu quello. Che lo portò poi a perdere il congresso del 1989. Era il presidente del consiglio in carica, e volle candidarsi. E naturalmente, secondo le buone logiche democratiche della Dc, la maggioranza non lo votò. Votammo Forlani. Lei faceva parte del governo del governo De Mita. C'erano grandi nomi, ma durò poco. Ero ministro della Funzione pubblica. Ricordo che era un governo molto coeso, nonostante i rapporti con il Partito socialista non fossero mai stati buoni, in particolare con Bettino Craxi. In realtà, durò solo un anno, ma più a causa della Dc che del Psi, perché Ciriaco, invece di fare un'alleanza per restare alla guida del governo, tentò appunto di fare il segretario di partito. E quello fu il suo errore. Perse nello spazio di pochi mesi sia la segreteria del partito, sia la presidenza del Consiglio.

Ma è vero che c'era questa grande inimicizia con Craxi?

De Mita fu coinvolto e affascinato da alcuni ambienti scalfariani che... lo circondarono. Il mio amico Andrea Manzella divenne suo segretario generale a Palazzo Chigi, ad esempio. E l'odio che 'Repubblica' aveva nei confronti di Craxi, si trasferiva anche al segretario del partito della Dc. La prova evidente e' che accorciammo di un anno la legislatura del 1983, andammo al voto nel 1987 e non nel 1988, un anno prima. C'era il famoso patto, una legislatura ai socialisti e un'altra ai democristiani,

La staffetta

Sì, con De Mita per la prima volta venne fuori questa ipotesi di alternanza alla guida del governo.

Ieri e oggi. Un Ciriaco De Mita oggi sarebbe impossibile?

Oggi non c'è la politica. Nel senso tecnico del termine, oggi c'è una crisi dei partiti, che non sono identitari. Il sistema politico italiano oggi e' privo di ogni cultura di riferimento, anche rispetto alle grandi famiglie politiche che governano l'Europa. Noi siamo fuori da ogni cosa. Ma non solo De Mita, tutta la classe dirigente dell'epoca oggi si troverebbe a mal partito, perché un partito ha bisogno di due cose: una cultura di riferimento e una democrazia interna in cui le leadership siano contendibili. Di queste due cose, oggi non c'è niente.

Quale lezione ha lasciato De Mita?

Ha lasciato il tentativo di ammodernare al meglio il partito, ci riuscì in parte, adeguandolo ai tempi e alle nuove sfide che c'erano. Tenendo presente che, nonostante il conflitto con Bettino Craxi, nei momenti cruciali, come quello sulla scala mobile e la lotta all'inflazione a due cifre, De Mita non ebbe difficoltà a schierare la Dc insieme al Psi e al governo nella battaglia che Enrico Berlinguer volle fare in odio ai socialisti, quindi andammo al referendum nel 1985 e vincemmo. Nonostante l'inimicizia, allora le categorie politiche avevano una loro sostanza che veniva rispettata.

Fu l'ultima stagione della politica?

No, la politica vera durò fino al 1992, fino alla scissione del Partito comunista, nel 1991, due anni dopo il crollo del Muro di Berlino. Ieri abbiamo ricordato la nascita di Enrico Berlinguer, colui che non riusci', per volontà sua, a dare al Paese un grande partito socialista di massa. Nonostante avesse detto a Giampaolo Pansa che si sentiva pià sicuro sotto l'ombrello della Nato che non con il Patto di Varsavia. Questo avrebbe dovuto accelerare il processo di superamento della scissione di Livorno, invece ci fu un ritardo del Pci. E ricordo che il Ciriaco De Mita giovane favorì non poco il governo della solidarietà nazionale. Detto questo, nella gestione dei rapporti governativi, pur con mille frizioni, dinanzi alle partite politiche vere, come nel caso appunto della scala mobile, De Mita non ebbe difficoltà a schierare il partito con Craxi. E vincemmo le elezioni nel 1987.

Che cosa le resta oggi del rapporto con De Mita?

Una grande amarezza, avevamo un rapporto molto strano: grande simpatia e stima, ma avevamo sempre posizioni diverse. De Mita aveva delle spigolosità e io ne ho altrettante, politicamente non andavamo d'accordo.

Aveva un carattere difficile

Abbastanza. Ma sempre nell'alveo di un partito come la Dc, che sapeva battersi democraticamente al proprio interno. Senza che questo lasciasse inimicizie. Con Ciriaco ci siamo sentiti fino a un anno fa, nel tentativo di dare a Napoli un minimo di organizzazione, purtroppo non ci siamo riusciti, lo stato del degrado della politica di oggi è talmente grave che non se ne esce.

Sempre la Campania nel cuore

Prima della Campania, ci sono sempre state Nusco e Avellino. È un segno di attaccamento al territorio che oggi è quasi smarrito da ogni parte. Questo non impedì a De Mita di essere un segretario longevo, aperto. Non dimentichi che si inventò gli 'esterni', aprì la porta anche a chi non era iscritto al partito, ma era un elettore democristiano e un punto di riferimento nella società. E gli esterni aiutarono non poco la rimonta della Dc dopo la sconfitta del 1983.

Agnelli definì De Mita un "intellettuale della Magna Grecia". Lo era?

De Mita era un segretario alla Aldo Moro, le sue riflessioni duravano ore ore e ore, con argomentazioni non sempre comprensibili. Però era un uomo che vedeva il potere figlio della politica, non la politica figlia del potere.

In fondo quello dell'Avvocato era un complimento a De Mita

Certo, la politica era la sua grande passione. E la sua grande visione del mondo, senza la quale il potere era un modo rozzo di governare la cosa pubblica, fosse un Comune o il Paese.

Perché, pur essendo politicamente distanti, De Mita la chiamò al governo?

Mi volle al governo per togliermi dalla presidenza della Commissione Bilancio, pensava che con me in quella posizione il governo avrebbe avuto qualche difficoltà in più. E quindi mi chiamò a Palazzo Chigi.

E perché lei accettò l'offerta di De Mita?

Perché ero da cinque anni presidente della Commissione Bilancio e non si può fare per tutta la vita la stessa identica cosa. E quindi andai al governo. E mi feci valere, non mi intimidii né scomparvi, tant'è che poi vincemmo il congresso e andai a fare il ministro del Bilancio.

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