Pontida di rabbia

Federica Venni
Pontida

“Di Maio stai sereno”. La signora che sta attaccando lo striscione indossa una maglietta blu con stampato il faccione di Matteo Salvini. La scritta è in bella vista, tra le roulotte e le tende dei primi arrivati. Pontida, edizione 33: dopo svariate di lotta e qualcuna di governo, quella di quest’anno è quella della rabbia. Composta tra quelli della vecchia guardia, fragorosa tra i giovani. Lo schiaffo del “traditore”, del “poltronaro” grillino brucia ancora: c’è il coro “Di Maio torna al San Paolo”, scappa pure qualche parola più pesante. I vaffa sono tutti per Giuseppe Conte, il “boia”. Ma anche per Sergio Mattarella: “Questo Presidente mi fa schifo” urla dal palco il deputato leghista Vito Comencini. Tutto condito dal più classico “chi non salta comunista è” e dall’insulto ai cronisti - “giornalai di regime” - rei, secondo la folla, di aver dato la Lega per morta.

Nel tardo pomeriggio l’assemblea della Lega Giovani - a parlare di Giovani Padani sono rimasti solo i lombardo-veneti - elegge il suo nuovo coordinatore nazionale, il deputato milanese Luca Toccalini. Più che ad un incontro di ragazzi impegnati in politica l’impressione è quella di essere allo stadio. Tifosi e sostenitori arrivano da tutta Italia, sud compreso: Molise, Abruzzo, Sicilia, Campania. Ognuno sventola le bandiere di regioni che vogliono diventare nazioni, perché “Autonomia”, da queste parti, è ancora la parola d’ordine. Anche se Salvini, nella sua versione gialloverde, se n’è un po’ dimenticato. O meglio, dicono, non è riuscito a portarla a casa “per colpa di quei venduti”. E se sono i Cinque Stelle il bersaglio di questa Pontida, sono sovranismo e regionalismo l’obiettivo da raggiungere. Magari, sperano tutti, in un governo quasi monocolore Verde, confezionato con l’aiuto di Giorgia Meloni e Giovanni Toti.

Perché la fame di governare, dopo l’acquolina lasciata da poco più di un anno al potere, c’è. Berlusconi,...

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