Posto fisso, panacea di tutte le epidemie. "Ci sarà un impoverimento della libera impresa"

Maria Elena Capitanio
·Giornalista e scrittrice
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Una immagine di scena del film "Quo Vado" di Checco Zalone. ANSA/UFFICIO STAMPA (Photo: ANSA)
Una immagine di scena del film "Quo Vado" di Checco Zalone. ANSA/UFFICIO STAMPA (Photo: ANSA)

“Il virus è un grandissimo setaccio: fa meno male ai ricchi e ai garantiti, ma dopo la pandemia la libera impresa rinascerà”. HuffPost ha chiesto al sociologo dei consumi e della comunicazione, Mauro Ferraresi, quale potrebbe essere lo scenario della società italiana se dovesse esserci un altro lockdown. Lo spunto è venuto da un articolo di Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia research, uscito stamattina sulla Stampa, in cui sostiene – sondaggio alla mano – che tra i sostenitori di un nuovo confinamento ci siano principalmente “i cosiddetti ‘garantiti’, cioè lavoratori dipendenti e studenti”. Il nostro giornale ne aveva parlato due settimane fa anche con il filosofo Massimo Cacciari, che, a proposito degli effetti socioeconomici del Covid, si era espresso così: “Quelli che prima erano garantiti, sono ancora più garantiti e quelli che una volta non erano poco garantiti, adesso lo sono ancora meno”.

Una parola che ricorre – garantiti – e che si porta dietro un concetto sul quale Ferraresi è d’accordo: “Ci sono fasce e settori che stanno soffrendo di più, startup che crollano e altre che prosperano”. Se dovesse esserci una nuova misura estrema come il lockdown, a suo avviso “chi ha un emolumento a fine mese è relativamente sereno, perché ha già fatto i conti con il vecchio lockdown e ha visto che esso costringe a risparmiare” e quindi alla fine gli rimane in tasca di più “per via delle tante spese in meno”. Dunque il posto fisso, a volte addirittura canzonato dai film come massimo stereotipo tricolore, sembra essersi trasformato nella panacea di tutte le epidemie. “Siamo in un momento di periodizzazione – spiega il sociologo – che cambia quello che era prima rispetto a quello che verrà dopo”. E subito arriva il paragone storico: “La Belle époque si è infranta contro la prima guerra mondiale e poi, alla fine della prima guerra mondiale, l’Europa e il mondo intero si sono ritrovati in una nuova società, con nuove regole, nuovi usi, costumi e abitudini”.

Dobbiamo aspettarci uno stravolgimento totale o ci sarà a un certo punto un’inversione di tendenza? “Non prevedo un cambiamento di classi sociali, ma un impoverimento di certe forme di imprenditorialità”. Il bar o il ristorante, “che ormai erano diventate una sorta di bene rifugio”, in questa fase non lo sono più. Fino a prima del Covid, “quando a un imprenditore andavano male alcune startup o alcune iniziative, a Milano un bar lo si poteva sempre aprire, magari indebitandosi, ma con la ragionevole certezza che quell’esercizio avrebbe portato soldi regolarmente”. Questa certezza “ora non c’è più perché effettivamente i ristoratori corrono il rischio di diventare i nuovi poveri”. Si tratta tuttavia di una “situazione contingente dell’anno e mezzo o forse due durante i quali avremo a che fare con la pandemia”. Quel che accadrà dopo “sarà diverso”. Ferraresi ripercorre quanto successo durante l’estate: “C’è stata una ripresa forte, quasi rabbiosa del lavoro dei ristoratori, che giustamente hanno approfittato delle terrazze per lavorare”. Una volta finita l’emergenza, quindi, c’è da attendersi che sapranno farsi forza, anche perché “è da escludere che la ristorazione abbia finito il suo ciclo” e soprattutto “sono convinto che ci sarà una ripresa forsennata della libera iniziativa”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.