Precondizioni di una resa

Alessandro De Angelis
·ViceDirettore
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epa08764360 Italian Prime Minister Giuseppe Conte delivers a speech at the Lower House about the initiatives taken by the government against the Covid-19 emergency, in Rome, Italy, 22 October 2020. Giuseppe Conte told the Lower House that his government was ready to take further action if necessary amid a sharp rise in COVID-19 contagion in Italy. "We will be ready to intervene again if necessary," the premier said as he presented a package of new restrictions approved at the weekend to combat contagion.  EPA/Roberto Monaldo / LaPresse / POOL (Photo: EPA)
epa08764360 Italian Prime Minister Giuseppe Conte delivers a speech at the Lower House about the initiatives taken by the government against the Covid-19 emergency, in Rome, Italy, 22 October 2020. Giuseppe Conte told the Lower House that his government was ready to take further action if necessary amid a sharp rise in COVID-19 contagion in Italy. "We will be ready to intervene again if necessary," the premier said as he presented a package of new restrictions approved at the weekend to combat contagion. EPA/Roberto Monaldo / LaPresse / POOL (Photo: EPA)

Anche il Pigneto, quartiere della movida romana, viene transennato. Mentre De Luca chiude le porte anche ai fantasmi di Halloween. E poi il coprifuoco del Lazio, la Sardegna, le zone arancioni a Genova. E questo è ciò che si vede, un “federalismo virale di fatto”, grande innovazione della costituzione materiale del paese, nell’era dell’indecisione da Covid, o meglio della decisione di non decidere, per timore che le ragioni del Pil siano più fragorose di quelle salute.

Ciò che si vede meno però è l’uso politico di questo “federalismo”, diventato un tassello di una tensione non “del” governo rispetto alle regioni, ma “nel” governo. Perché, in fondo, al ministro della Salute non solo non dispiace questa serrata soft a macchia di leopardo, ma lo considera anche un modo per superare le incertezze di palazzo Chigi. E se è eccessivo parlare di una “sollecitazione” a chiudere, non è sbagliato parlare di una “rassicurazione” che queste misure hanno il pieno sostegno e la piena condivisione del ministero della Salute. Perché lo scenario che si sta disegnando rende, giorno dopo giorno, logicamente coerente e politicamente opportuno un nuovo dpcm che stabilisca un coordinamento nazionale. E una nuova stretta. Per dirla con autorevoli fonti di governo: “Conte sarà costretto a fare ciò che adesso non vuol fare, per paura di misure impopolari. Può atterrare su un compromesso, ma non ignorare quel che sta accadendo”.

Le date cerchiate in rosso sono i giorni del prossimo fine settimana per un nuovo dpcm, in base a un calcolo realistico sulle terapie intensive. Perché è vero che i contagi sono più di marzo, ma l’aumento dei ricoverati in terapia intensiva è tra i cinquanta e i sessantasei di oggi, e questi numeri hanno un timer incorporato. Le stesse fonti spiegano che questi ricoveri non possono superare il trenta per cento del totale dei posti disponibili per evitare che il sistema entri sotto stress e arrivi alla saturazione, il che significa che le prossime due settimane sono cruciali. E non a caso, per tutto il giorno si susseguono spifferi su un “annuncio” di Conte già nella giornata di sabato. C’è tutta un’ala del governo, da Speranza a Franceschini, che condivide la tesi che il commissario Arcuri ha suggerito già qualche settimana fa: un lockdown per due settimane, in modo da produrre un “reset” nei contagi che, a questo punto sono fuori controllo, e non solo per inefficienze del sistema, ma per numeri ormai troppo elevati. E se è impensabile che Conte possa essere costretto a questa misura, un’ulteriore stretta è all’odine del giorno, e non solo su palestre e piscine.

Quel che emerge anche da questa storia, e non è un dettaglio, è la nuova morfologia dei rapporti di forza nel governo. Che è la vera novità che spiega anche la tensione tra Nazareno e Tesoro e tra Nazareno e palazzo Chigi. La storia dello “strapotere” del Tesoro evoca tenzoni antiche, come ai tempi del famoso dualismo Berlusconi e Tremonti, tra palazzo Chigi e Via XX settembre. Stavolta il dualismo invece è tra il ministro dell’Economia e il partito che lo ha espresso e, invece, l’assoluta sintonia con Conte. È questa la vera forza del premier al momento, che spiega la sua rigidità rispetto alla tutela delle ragioni del Pil sul tema della “stretta” così come rispetto al Mes. E ne spiega una certa intransigenza anche a fronte della perdita di quel tocco magico nei rapporti col paese: conferenze stampa meno brillanti e più sbrigative di una volta, calo di popolarità, primi scricchiolii nei sondaggi.

La misura di questo sta nella controprova: “Che cosa sarebbe successo – si domanda chi questo asse lo subisce – se Gualtieri avesse detto una parola in più in sintonia con Zingaretti?”. La tesi del Mes che produce più debito (in un paese che finora lo ha fatto su tutto) espressa da Conte in conferenza stampa è apparsa a molti come farina di un sacco non suo, ed è lontana dall’approccio ideologico dei Cinque Stelle. Mai si era visto, e questo spiega l’insofferenza profonda anche del segretario del Pd, che una parte di un partito di governo si iscrivesse all’intergruppo “pro Mes” col professor Brunetta e un pezzo dell’opposizione. Diventa cioè complicato mutare gli equilibri di governo senza il ministro dell’Economia. Si sarebbe detto una volta: “Compagni, parlatevi tra di voi, riunitevi”.

E qui siamo al cuore della questione. Perché, al netto delle chiacchiere fumose sul “patto di legislatura” che verrà, c’è già un robusto patto di fatto, soprattutto perché la cosiddetta ala rigorista del governo è anche quella più lealista, la più “responsabile”, la più pronta a sacrificare ogni turbativa sull’altare dell’equilibrio di governo. Torniamo così al tema delle chiusure, che ha un elemento paradossale e un elemento di coerenza, al di là di questo gioco di “aggiustamenti” e sollecitazioni “embedded”. Il paradosso è che “si sta facendo ora, consentendo lockdown mirati, quel che si doveva fare a marzo, e a marzo quel che si dovrebbe fare ora, cioè una stretta nazionale”. La coerenza è una certa subalternità di palazzo Chigi al partito del Pil che allora considerava ingiustificabile la chiusura della sola Lombardia costringendo a chiudere tutto e adesso considera ingiustificabili le chiusure nazionali. Si arriverà a un nuovo compromesso, dopo Lombardia, Liguria, Lazio, Piemonte e Campania, adesso che si avvicina pericolosamente “quota 20mila” al giorno. Ma è sempre una rincorsa rispetto a un virus che corre più veloce.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.