Premio Campiello a Giulia Caminito: "Racconto la rabbia, a me la provoca la politica"

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Giulia Caminito, premio Campiello (Photo: NICOLA FOSSELLA)
Giulia Caminito, premio Campiello (Photo: NICOLA FOSSELLA)

“La mia rabbia? È sicuramente nei confronti della politica, da sempre. All’università ho studiato Filosofia politica, ma poi non ho mai visto questi insegnamenti nel mondo. Quello che ho avuto ed ho, è quella frustrazione terribile di tanti anni dedicati a una formazione filosofica e a uno studio del mondo, delle relazioni umane, delle relazioni pubbliche che non vedi mai concretizzato. Non ho mai visto nella politica niente di me stessa: c’è un non rispecchiamento che, invece, avevo visto fortissimo quando avevo letto la Storia della nostra politica italiana, soprattutto quella prima del fascismo che ha poi raso al suolo un certo rapporto tra vita e politica. Ecco: questa abscissione tra la vita, la politica e il non sentirsi rappresentati è una cosa che mi provoca molta rabbia”.

Con queste parole, la scrittrice Giulia Caminito ha commentato all’HuffPost, all’Arsenale di Venezia, la sua vittoria, con 99 voti, della 59esima edizione del Premio Campiello con il romanzo “L’acqua del lago non è mai dolce”, pubblicato da Bompiani. “La rabbia – aggiunge - è un tema su cui ragiono da un po’, ma in questo romanzo è la rabbia di Gaia, una ragazzina che non ha una rabbia sociale. Lei non è voce di un popolo, ma ha la rabbia di una che non ce la sta facendo, che non sa chi è, che non sa il suo corpo, che non si vede riconosciuta dagli altri e allora inizia a scalpitare e a rompere, perché non vuole essere messa l’angolo e non vuole essere colpita”. “Le persone della mia età – continua la scrittrice romana, classe 1988, hanno sentito questa frustrazione cocente toccarli in qualche modo rispetto alle loro esperienze di vita o dei loro vicoli ciechi che hanno incontrato in questi anni dopo la fine degli studi”.

Gaia è un personaggio urticante, una ragazzina che usa voilenza, ma nonostante questo, la giuria popolare l’ha premiata: come mai secondo lei?

Non so dirlo. Tutto è molto inaspettato quando si scrive un libro. È vero: è una protagonista spigolosa, difficile, è – come dice lei - urticante. In alcuni momenti la senti vicina, in altri giudicante di sua madre e del mondo. Non so cosa sia stata la molla che ha fatto innamorare le persone: c’è chi l’ha amato e chi l’ha detestato. Penso che ad invogliare alla lettura e a votarlo, sia stato il tentativo del racconto di qualcosa di contemporaneo e di vicino rispetto agli anni Duemila.

Diversissima da lei è sua madre Antonia: che donna è?

È una madre fattiva, che lavora e organizza e imposta tutto, che fa sopravvivere e nutre da un punto di vista dell’essenziale. Fiera e testarda, si occupa da sola di un marito disabile e di quattro figli. È una donna onesta che non scende mai a compromessi, crede nel bene comune, ma cerca di insegnare alla figlia, l’unica femmina, a contare solo sulla propria capacità di tenere la testa alta. Gaia, dal canto suo, impara a non lamentarsi, ma quando quella ragazzina piena di lentiggini sembra chinare il capo, in realtà leva lo sguardo e i suoi occhi hanno una luce nerissima. Se la madre è una donna dell’essenziale, la figlia è una figlia del “voglio il lusso”, del “voglio buttare le cose”, della possibilità di spendere, di non avere obblighi, di avere quello che hanno tutti e che io non ho.

È un certo tipo di adolescenza.

È l’adolescenza che ho avuto anche io: ci cambiavamo continuamente le magliette e le scarpe e dopo poche settimane, non andavano più bene. Volevamo sempre qualcos’altro. Quella cosa insaziabile lì è la posizione della differenza tra le due donne.

Leggendo i suoi precedenti romanzi, non si può non notare questa sua voglia di dare voce agli ultimi della società, ai non considerati: come mai?

Ho provato ad occuparmi sempre della società del non benessere, di tutto quello che è un po’ fuori dalla nostra società del benessere e che possiamo individuare come povertà. Ci sono però diverse sfumature del confine e loro due, mamma e figlia, sono proprio fuori dalla quella società lì, dal benessere. Antonia la guarda con gli occhi di chi vuole accedere come se ci fosse una porta che continua a ributtarla indietro e si trova in questo limbo. Negli altri libri (La Grande A, Giunti 2016 – Un giorno verrà, Bompiani 2019, ndr) avevo invece parlato di una povertà più diffusa: quella contadina, di altra natura. Questa è invece la povertà della persona con poco, accanto alla persona con moltissimo. Ho voluto scrivere di come sia difficile sopravvivere in quella condizione di mancanza.

Anche la scelta della provincia, in questo caso il Lago di Bracciano e Anguillara Sabazia, non è stato casuale.

Certo. Ho notato, e non solo l’unica ad averlo fatto, che c’è molta provincia nei romanzi in questi ultimi anni. Secondo me, perché ci sono delle situazioni con delle spinte più vitali nel racconto. La provincia in questo caso è anche molto periferia, perché il lago di Bracciano è alle porte della città di Roma. Ci sono vari passaggi: tra Roma e quello che le accade attorno; come distrugge alcuni componenti vitali dell’identità della provincia e del territorio e come poi però porta anche soldi e allargamenti, lavoro. In questa dimensione qui ho cercato di situare il romanzo. Parlo di una provincia che, tra l’altro, adesso non esiste più. Sì, infatti. È diventata un po’ il luogo dell’anima sparito dalla cartografia politica e amministrativa. Mi interessava questo scambio e questo rapporto.

“Per essere periferia – scrive nel romanzo – devi avere presente quale sia il tuo centro”: il suo, oggi, quale è?

Sicuramente scrivere. È il mio unico centro. Non credi che sia la cosa in cui sono più brava. Quella è studiare, la cosa che mi viene un po’ meglio, leggere moltissimo, prendere appunti, incamerare informazioni, metterle insieme, la cosa in cui sono sempre riuscita meglio. Scrivere è la cosa che mi piace di più fare e le idee ruotano sempre attorno alla possibilità di scrivere.

Che la portata a vincere il Campiello. A chi dedica questa vittoria?

“Alla possibilità per le donne di scrivere e di leggere da qualsiasi parte nel mondo”. È una riflessione che ho fatta con Carmen (Pellegrino, finalista con lei al Premio), perché le notizie che vengono fuori dalla nostra bolla e piccola vita, ci colpiscono ed esistono sempre, arrivano alla ribalta e diventano un argomento. È assurdo che a una persona che ha basato la sua vita sullo studio, sulla scrittura e sulla lettura venga impedito questo da qualcun altro solo per il suo genere. Abbiamo pensato che fosse un messaggio necessario da dire come l’indossare, a simbolo, un paio di scarpe rosse. C’è una banalità di fondo, lo so, è una frase e un gesto retorico, ma una piccola frase e un piccolo gesto possono essere sempre una buona idea.

PREMIO CAMPIELLO

Primo posto a Giulia Caminito, vincitrice con 99 voti;

Secondo posto a Paolo Malaguti con Se l’acqua ride (Einaudi) con 80 voti;

Terzo posto a Paolo Nori con Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij (Mondadori) con 37 voti;

Quarto posto a Carmen Pellegrino con La felicità degli altri (La nave di Teseo) con 36 voti

Quinto posto a Andrea Bajani con Il libro delle case (Feltrinelli), con 18 voti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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