Pressing M5s per uscire, Conte sente Draghi per cercare mediazione

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Roma, 13 lug. (askanews) - Se fosse un film potrebbe intitolarsi "Il giorno più lungo" (Usa, 1962) la giornata di oggi per Mario Draghi e Giuseppe Conte, alla vigilia del voto in Senato sul decreto Aiuti che potrebbe sancire la sopravvivenza o meno del governo.

Di buon mattino il leader del Movimento 5 stelle riunisce il Consiglio nazionale per prendere una decisione su come comportarsi domani in Aula. Una decisione che però non arriva dopo un confronto fiume di 5 ore, tanto che l'organismo viene riconvocato per le 19.30, prima dell'assemblea congiunta di deputati e senatori. All'interno del Consiglio, secondo quanto si apprende, sarebbe prevalsa la linea di non votare la fiducia, ma serve un supplemento di riflessione. Anche perchè dagli alleati aumenta il pressing sui pentastellati: "Se una forza importante come M5s lascia il governo si va al voto", fa sapere Enrico Letta, per una volta d'accordo con Matteo Salvini, secondo cui "se domani il M5s non vota il decreto, fine, basta. Mi sembra evidente che si vada a votare". Parole che potrebbero aver suggerito a Conte l'opportunità di frenare appena prima dello schianto.

Nel frattempo, dopo l'incontro di ieri con i sindacati, alle 10.30 Draghi vede il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, per parlare di cuneo fiscale e salario minimo e rilanciare la proposta di un nuovo "patto sociale". Subito dopo, il colloquio con i governatori della Lombardia Attilio Fontana, del Veneto Luca Zaia e del Trentino-Alto Adige Maurizio Fugatti e i sindaci di Milano Beppe Sala e di Cortina Gianluca Lorenzi per discutere dell'organizzazione delle Olimpiadi Milano-Cortina del 2026. Un modo anche per ribadire, come detto ieri, che "il governo va avanti se lavora". E che frutta anche il pieno supporto degli amministratori, a partire dal leghista Zaia, secondo cui Draghi deve andare avanti o si entra "in un limbo pericoloso".

I due percorsi "paralleli" di Draghi e Conte trovano un punto di contatto nel primo pomeriggio, quando i due si parlano al telefono, forse alla ricerca di un'ultima possibile mediazione. Sia da Palazzo Chigi che da Campo Marzio, quartier generale pentastellato, non trapelano indiscrezioni sui contenuti della telefonata. Secondo quanto si apprende, però, ci sarebbe stato un ulteriore confronto sul documento in 9 punti di Conte e il premier potrebbe aver ribadito, come fatto anche ieri in conferenza stampa, che ci sono "significative convergenze" tra quelle richieste e l'agenda del governo. Ma anche che tutto non si può fare, perchè i conti pubblici non possono essere ulteriormente stressati. Poco dopo la telefonata il presidente M5s esce di casa e si diffonde la voce di un faccia a faccia tra i due, ma l'ex premier non arriva a Palazzo Chigi, che Draghi lascia poco prima delle 18.

Nel frattempo Conte perde un altro deputato che preferisce entrare nel gruppo di Luigi Di Maio e non assecondare la linea della crisi: è Francesco Berti, che due giorni fa aveva votato a favore del dl Aiuti alla Camera. Potrebbe non essere l'unico a schierarsi a favore della linea governista.

Se la telefonata di oggi possa essere stata un punto di svolta si saprà solo in serata, quando Conte aggiornerà il Consiglio nazionale e poi i parlamentari, con i deputati più 'governisti' e i senatori più spostati verso la linea dura. Nella notte, presumibilmente, arriverà la decisione e non resterà che aspettare la cronaca dell'Aula.

Al momento sulla via d'uscita dal cul de sac del voto di domani sulla fiducia al governo che verrà posta in mattinata a Palazzo Madama circolano varie ipotesi: uscire dall'aula, che però non basterebbe a scongiurare una crisi, almeno secondo quanto ha ribadito ieri il premier. Oppure lasciare liberi i senatori e "impegnare" sul governo soltanto il capogruppo, spiegando poi che il Movimento non intende sfiduciare il governo ma solo marcare il dissenso su questo provvedimento e in particolare sul famoso "inceneritore" di Roma. Ma la rassicurazione basterà a Draghi per restare? E soprattutto cosà farà il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, se dovesse veder salire al Colle nuovamente il premier? Costituzione alla mano se i numeri ci sono, ossia c'è una maggioranza in Parlamento, nulla osterebbe ad andare avanti, per questo al momento il Colle più alto non può far altro che osservare il dispiegarsi della dinamica parlamentare. Saranno i partiti e soprattutto l'ex governatore della Bce a decidere se andare avanti o considerare conclusa l'esperienza di governo.

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